Sequestro Pinna, la sentenza slitta a giugno

Colpo di scena al processo-bis in abbreviato a Cagliari per Francesca Sanna: il gup chiede nuovi atti

SASSARI. Doveva essere il giorno della sentenza per Francesca Sanna, 54 anni di Macomer, quella che l’accusa considera «la donna della banda» che ha sequestrato l’allevatore di Bonorva Titti Pinna. L’imputata è finita nell’inchiesta-bis sviluppata dal procuratore della Dda di Cagliari Gilberto Ganassi che - il 9 febbraio - aveva chiesto la condanna a 12 anni (compresi i benefici per il rito abbreviato). Invece il giudice delle udienze preliminari Giovanni Massidda, ieri mattina, ha sorpreso tutti e disposto un supplemento istruttorio. In pratica - per chiarire alcuni aspetti - ha chiesto di acquisire gli atti relativi alle dichiarazioni di alcuni dipendenti della «Gmc Srl» di Sedilo, l’azienda che si trova a poca distanza dall’ovile - allora in uso a Salvatore Atzas - dove era stata ricavata la prigione nella quale Titti Pinna aveva trascorso 8 mesi, «trattato peggio di una bestia», come venne scritto nelle motivazioni della sentenza di primo grado (poi confermata): 30 anni di reclusione Salvatore Atzas. In particolare, il gup ha chiesto i verbali delle dichiarazioni dell’ex marito di Francesca Sanna che - una ventina di giorni prima del sequestro dell’allevatore di Bonorva - sarebbe stato assunto dai fratelli Pes, titolari della «Gmc». E l’uomo (che non è mai stato indagato per alcun reato) era presente in stabilimento la mattina del 28 maggio 2007, quando un Titti Pinna barcollante, con la lunga barba e la catena al collo, si presentò alla «Gmc» per chiedere aiuto e sulle prime venne scambiato per un mendicante. Poi scattò l’allarme, e l’allevatore indicò con la mano il luogo dal quale era appena scappato.

Alcuni atti sono già stati forniti ieri dal pubblico ministero Gilberto Ganassi, altri saranno messi a disposizione al più presto, e il difensore di Francesca Sanna, l’avvocato Rosaria Manconi, si è riservata di esaminare i documenti.

La decisione del gup Giovanni Massidda - una parziale riapertura istruttoria insolita - sembra orientata a un approfondimento necessario. Al di là delle dichiarazioni dell’ex marito di Francesca Sanna (i due erano separati dal 2004, quindi già prima del sequestro avvenuto il 19 settembre del 2006), l’obiettivo potrebbe essere quello di focalizzare altri aspetti che riguardano proprio il ruolo della donna, attraverso i rapporti che il fratello - Giovanni Sanna “Fracassu”, anche lui entrato nell’inchiesta (in quello che a questo punto sarebbe il procedimento-ter) avrebbe avuto con Salvatore Atzas. Ma anche con gli altri due imputati nel processo-bis che si sta celebrando in corte d’assise a Sassari: Giovanni Antonio “Mimmiu” Manca e Antonio Faedda (prossima udienza domani mattina).

Due gli elementi centrali che il pm Gilberto Ganassi ha sostenuto nella requisitoria: la telefonata partita dal cellulare di Francesca Sanna e diretta alla sorella di Salvatore Atzas, e la presenza dell’auto della donna di Macomer la notte dell’incontro a Mulargia tra padre Pinuccio Solinas e i banditi. Secondo l’accusa Francesca Sanna era lì per riprendere i rapitori. Anche per questo è stata indicata come organica alla banda.

Una tesi che l’avvocato Manconi ha cercato di smontare nell’udienza precedente, sostenendo che la sua assistita non ha avuto un ruolo attivo nel sequestro di Titti Pinna. Ha sottolineato che «non c’era al momento del prelievo dell’allevatore e neppure nella fase di attuazione e di custodia dell’ostaggio». A Mulargia, poi, «era tranquilla, è stata controllata dalla

polizia, poteva scappare ma non l’ha fatto». L’unica contestazione che può essere mossa - per l’avvocato - potrebbe essere quella di favoreggiamento. Prossimo appuntamento il 19 maggio per la produzione dei documenti richiesti dal gup, poi il 9 giugno la sentenza.

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