L’OPINIONE

Il paese ipocrita che condanna “a vita” il professor Scattone

Il caso dell’uomo condannato in via definitiva per aver provocato la morte di Marta Russo nel maggio del 1997, all’interno dell’Università Sapienza di Roma

Diciamoci la verità: siamo un paese ipocrita. Vogliamo che si rispettino le leggi ma non proprio “alla lettera”. Per noi è sempre valida la battuta: «È incinta? Sì, ma solo un pochettino». Prendiamo il caso di Giovanni Scattone: condannato in via definitiva per aver provocato la morte di Marta Russo nel maggio del 1997, all’interno dell’Università Sapienza di Roma. Fu un complesso caso giudiziario, senza un apparente movente, senza prove certe, basato su testimonianze ritrattate, su indizi che si demateralizzavano. Fu, soprattutto, un caso mediatico.

Ne parlarono i giornali, i salotti televisivi e, come sempre, ci furono gli innocentisti e i colpevolisti, tutti pronti a condannare o ad assolvere. Si disse anche di uno Scattone troppo freddo, preparato, capace di mantenere il ruolo, bravo a recitare e a frenare gli impulsi. Qualcuno, memore di retaggi positivisti e lombrosiani, scrisse che aveva la faccia giusta dell’assassino. Giovanni Scattone, dopo quel processo estenuante, fu condannato per omicidio colposo plurimo a 5 anni e 4 mesi. Lui affermò sempre la propria innocenza ma le sentenze vanno rispettate e per lo Stato italiano fu considerato colpevole in maniera definitiva.

Nella scuola dove insegnerà Scattone: le reazioni di studenti e genitori Giovanni Scattone torna a insegnare. L'ex assistente di filosofia del diritto ha scontato la pena per l'omicidio della studentessa Marta Russo, uccisa il 9 maggio del 1997. Il 15 settembre lavorerà come docente di psicologia all'Istituto Professionale Einaudi di Roma. Le reazioni di insegnanti, studenti e genitori servizio di Fabio Butera

Questa è la verità processuale. Poteva dunque brillantemente cadere il sipario. La giustizia aveva fatto il suo corso benché molti lati oscuri rimanevano e la povera Marta Russo era morta senza neppure un “perché” all’età di 22 anni. Giovanni Scattone, all’epoca, era un assistente universitario del corso di filosofia del diritto. Era destinato a divenire docente ordinario. Era un buon ricercatore. Questo era il suo mestiere. Quando la pena si conclude, quando le porte del carcere si riaprono è assolutamente necessario, per abbattere la recidiva, che quello che è stato detenuto debba effettuare un determinato percorso riabilitativo e possa, da subito, essere messo in condizioni di lavorare.

È’ assolutamente necessario che egli, attraverso il lavoro, possa ricominciare e dimostrare di aver compreso gli errori compiuti e dimostrare a tutti che quella pena è stata, come recita la Costituzione Italiana, utile per la rieducazione del condannato. Professarsi innocente sicuramente complica questo processo di riconoscimento dell’errore e della successiva espiazione, ma è soltanto un problema interiore e che non può modificare la sentenza. Che va rispettata. Dopo la condanna dal carcere si esce, quelle porte si riaprono e consegnano alla società un uomo se non nuovo sicuramente “altro” e che ha diritto a riprendere il proprio cammino abbandonato a seguito della pena inflitta.

Lo Stato non pratica la vendetta, lo Stato lavora per l’inclusione sociale di tutti gli individui, Scattone compreso. Ecco che, invece, i riflettori si riaccendono, la voglia pruriginosa di un popolo guardone punta i fari su chi sul palcoscenico non intendeva, nella maniera più assoluta ritornarvi, anche perché la Cassazione aveva deciso, a suo tempo, di non comminare nei confronti di Scattone delle pene accessorie, cancellando l’interdizione all’insegnamento, in quanto ritenuto responsabile di delitto non volontario.

La cosa che non si comprende è perché questa storia viene riproposta in questi giorni, proprio quando lui vince un concorso in maniera lecita. Eppure il professor Scattone dopo il 2006, concluso il periodo di affidamento in prova ai servizi sociali, ha continuato come professore in un liceo, ha insegnato filosofia e psicologia. Lo ha fatto per nove anni. In silenzio. Non ha squartato coscienze, non ha preparato futuri assassini, non ha “rovinato” adolescenti.

Però la nostra ipocrisia ci ha portato a respingere questa persona, a rifiutarlo come reietto. Mi chiedo: perché siamo sempre disposti ad accettare le condanne e mai ciò che quelle condanne realmente rappresentano? Si condanna per dare una nuova possibilità e non per vendetta.

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