processo “marea nera”

La difesa: «Il danno sul tubo non è addebitabile a E.On»

SASSARI. L’udienza di martedì sul ribattezzato processo “Marea nera” è stata interamente dedicata alla relazione del consulente della difesa Aristide Massardo, ordinario di Sistemi per l’energia e l’a...

SASSARI. L’udienza di martedì sul ribattezzato processo “Marea nera” è stata interamente dedicata alla relazione del consulente della difesa Aristide Massardo, ordinario di Sistemi per l’energia e l’ambiente nell’Università di Genova.

I fatti si riferiscono al terribile inquinamento del 2011 quando 40mila litri di olio combustibile la notte tra il 10 e l’11 gennaio si riversarono in mare dalla banchina di Fiume Santo causando un disastro ambientale di incredibili proporzioni. Sotto accusa sono finiti il manager di Fiume Santo Marco Bertolino, Salvatore Signoriello (amministratore delegato di E.On Produzioni) e Francesco Capriotti, manager di Enelpower dal 2002 fino al 2004. «E.on è il proprietario e ha la gestione dell’oleodotto e del correlato sistema di scarico, ma non del terminal di cui ha solo una concessione» è stato il primo punto chiarito dall’ingegner Massardo nell’udienza davanti al collegio presieduto da Salvatore Marinaro.

«E.On (a suo tempo Endesa), non è stata responsabile né del progetto né dell’installazione dell’oleodotto e delle attrezzature di scarico dell’olio combustibile che sono state progettate e realizzate sotto la supervisione di Enelpower del gruppo Enel. Il progetto dell’oleodotto prevede per eventuali sversamenti di olio combustibile adeguati sistemi di raccolta».

Una relazione dettagliata supportata da immagini che hanno mostrato chiaramente lo “stato dei luoghi” subito dopo l’incidente del 2011. Riferendosi al collaudo Massardo ha spiegato che «i documenti così come archiviati indicano la corrispondenza tra i lavori eseguiti e il progetto». Il consulente ha aggiunto che, i dati a sua disposizione «mostrano chiaramente come l’oleodotto sia stato utilizzato in modo decisamente limitato (per circa il 2% della sua vita), abbia scaricato un olio combustibile pregiato di non particolare aggressività, sia stato per molto tempo della sua vita (circa il 98%) in condizioni di “messa in sicurezza con azoto”. Oltretutto i test su tubi, drenaggi, valvole, zone di coibentazione dell’oleodotto condotti circa due mesi dopo lo sversamento da una società leader del settore, la “Donegani Anticorrosione”, hanno confermato che tutti questi componenti

non hanno mostrato alcuna evidente anomalia o presenza di difetti». Il consulente ha poi chiarito che il foro sul tubo da tre pollici attraverso il quale fuoriuscì l’olio combustibile fu causato da «corrosione esterna, non interna. Dovuta con molta probabilità ad agenti atmosferici e marini».

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