Il rito dei serpenti rivivrà a San Giuseppe

A Valledoria la scoperta che la statua di San Domenico è gemella di quella di Cocullo in Abruzzo

VALLEDORIA. Singolare iniziativa del Gruppo culturale San Giuseppe che in occasione dei festeggiamenti del Santo eremita San Domenico Abate, protettore dai morsi dei serpenti velenosi, che si celebrano in modo singolare nel piccolo paese dell’Abruzzo Cocullo il primo maggio, ha deciso di aprire per tutta la giornata domenicale la piccola chiesetta campestre di San Giuseppe dove appunto si trova una statua del santo. «Dopo studi e ricerche - dichiara il restauratore e conservatore della chiesa afferente al Gruppo culturale San Giuseppe Gianni Migliori - siamo arrivati alla conclusione che la presenza della statua di San Domenico Abate nella nostra piccola chiesetta campestre è legata alla tradizione del piccolo paese abruzzese».

Infatti, raccontano alcuni anziani del paese, la statua del santo monaco benedettino (protettore dei serpari, eremita e fondatore di eremitaggi) è presente nella parrocchia perché alcuni caciari abruzzesi vennero a Codaruina (attuale Valledoria), per insegnare agli abitanti del posto a lavorare il latte e a trasformarlo in formaggio con delle tecniche avanzate per quell’epoca, in particolare nell’azienda dei fratelli Stangoni.

Addirittura si racconta che alcuni casari arrivarono dal lontano Egitto a insegnare ai codaruinesi l’arte della ricotta salata. «Dalle mie ricerche- continua Migliori - tutto corrisponde a verità, inoltre mi sono recato a Cocullo e devo dire che la statua che noi custodiamo nella chiesa di San Giuseppe a Valledoria è simile a quella che venerano loro il Primo Maggio. La realtà può essere anche accertata - continua Migliori - in quanto Pier Felice Stangoni (professore di diritto e legislazione rurale che aveva insegnato la materia oltre che a Roma, anche in Abruzzo e più precisamente a Spoleto e a Teramo), proprietario dell’antica chiesa e della tenuta adiacente, ebbe un figlio, Arnaldo, che nacque proprio in Abruzzo a Teramo, nel 1895. Dopo la morte del padre i figli Arnaldo e Alberto Mario a partire dal 1922, si prodigarono per ampliare con idee lungimiranti l’azienda del nonno e le conoscenze apprese in Abruzzo furono importate nella moderna azienda a Codaruina.

«A quei tempi - spiega Gianni Migliori - infatti l’economia della bassa valle ruotava attorno all’azienda e il paese di Codaruina da 200 abitanti in poco tempo arrivò a 1000 abitanti. Furono gli stessi caciari

abruzzesi a portare la statua del santo a Valledoria intorno al 1930, statua che ancora oggi sfila, nel paese di Cocullo, con diverse specie di serpi e bisce aggrovigliate attorno al collo. Sarebbe una cosa bella attivare una sorta di gemellaggio con il paese di Cocullo».

Giulio Favini

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