La fuga dei giovani sardi, boom di residenti all’estero

Oltre 2500 trasferimenti nel 2015. I casi emblematici di Sindia e Nulvi. Negli ultimi anni la crisi economica ha provocato una nuova ondata di partenze

SASSARI. Una emorragia continua, di talenti e di speranze. Perché chi parte è generalmente giovane e single. E altrove, lontano da casa, mette radici e spesso forma una famiglia. E in Sardegna rientra per trascorrere vacanze sempre più brevi o per le feste comandate. Dal rapporto Italiani nel mondo curato dalla Fondazione Migrantes, viene fuori la fotografia di un’isola in difficoltà, inerme di fronte a un processo che appare inarrestabile. I numeri sono inferiori alla media nazionale ma – è il coro di lamentele che arriva dagli amministratori locali – è l’assenza di prospettive a preoccupare: significa che se non ci sarà una inversione di rotta la situazione potrebbe precipitare. In particolare in alcune realtà, dove il numero di iscritti all’Aire (l’anagrafe dei residenti all’estero) è superiore al numero di persone che vivono e resistono nei paesi d’origine. È il caso di Sindia, nel Marghine. Ma sono tanti i Comuni dove la percentuale di residenti all’estero è a doppia cifra.

I dati del 2015. I sardi che hanno lasciato l’isola l’anno scorso sono stati 2577. Dal 2010 6600 persone hanno fatto la valigia, per una destinazione estera o per il Nord Italia, Nord Est soprattutto. L’identikit del viaggiatore è questo: ha un’età compresa tra 18 e 49 anni, con una maggioranza di over 35. Uomini e donne in eguale misura, molto spesso con una laurea e qualche master in tasca. Rassegnati ad andare lontano dopo anni di precariato. E pronti, pur di mettere insieme uno stipendio dignitoso, a fare un lavoro mortificante rispetto al curriculum. La maggior parte di loro sceglie la Germania e la Francia, terza piazza per il Belgio dove i primi nuclei di sardi hanno messo su casa già negli anni Sessanta. In crescita, tra le destinazioni più gettonate, la Svizzera e il Regno Unito: quest’ultima meta soprattutto per i più giovani, disposti a iniziare la gavetta preparando caffé o servendo ai tavoli di un ristorante.

I sardi all’estero. Complessivamente sono 112.661 i sardi iscritti all’Aire. Il numero corrisponde al 6,8% della popolazione residente, pari a 1.658.138 persone. E tra gli iscritti all’anagrafe estera, il 30 per cento lo è per nascita: si tratta cioè di seconde o terze generazioni, figli o nipoti di sardi che la valigia l’hanno fatta molti anni fa.

Il caso Sindia. È il comune sardo con il più alto numero di iscritti all’Aire: il 60,1 per cento degli abitanti di Sindia ha la doppia cittadinanza. Su 1733 residenti, 1033 vive e lavora lontano. Dice il sindaco Luigi Daga: «Una buona parte è partita dopo la seconda guerra mondiale, verso l’Argentina e il Canada. Intorno agli anni Settanta è iniziato il flusso verso la Francia e il Belgio. Ma il vero dramma è scoppiato pochi anni fa. Perché a fare la valigia sono stati i giovani». Una fuga quasi di massa legata alla crisi del comparto tessile e alla chiusura del polo industriale di Tossilo (Macomer). «Qui è rimasta solo la campagna – aggiunge Luigi Daga – è questa la nostra forza produttiva. Ma non tutti i giovani si sentono portati per questo genere di attività. Per questo preferiscono emigrare, spesso verso il Nord Italia».

Il caso Nulvi. Anche il paese dell’Anglona è spettatore di una nuova ondata di emigrazione. Un terzo degli abitanti di Nulvi è iscritto all’Aire: 885 su 2771 residenti. Il sindaco Antonello Cubaiu quasi 30 anni fa è riuscito a tornare indietro. «Sono nato in Germania, a Dortmund, perché mio padre si era trasferito lì per lavoro. Quando avevo tre anni è stato assunto al Petrolchimico di Porto Torres e siamo rientrati a casa. Poi a vent’anni sono ripartito per Dortmund da solo. Avevo degli zii, ho iniziato a lavorare in un ristorante e poi in una fabbrica di alluminio. In Sardegna sono tornato dopo qualche anno, grazie all’assunzione all’Enichem». Tanti, invece,

non tornano più. «Ci sono gli emigrati di 30 anni fa, che sono andati soprattutto in Corsica, in Germania e in Australia. E poi quelli più recenti. Da cinque anni sono stati tanti gli addii. Impossibile trattenerli qui. Tutto chiude, mancano i servizi. Chi vuole un futuro lo cerca altrove».

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