I giovani sassaresi è l'alluvione di 50 anni fa: «Abbiamo lottato nel fango di Firenze»

Il racconto dei 10 studenti partiti per aiutare la gente, salvare i tesori della Biblioteca e i capolavori rinascimentali

SASSARI. Quella storia di cinquant’anni fa esatti esatti, 4 novembre 1966, ha segnato una generazione. La straordinaria mobilitazione di ragazzi e studenti per l’alluvione di Firenze è stato un piccolo trailer del Sessantotto. La scintilla della rivoluzione giovanile in fondo è scoccata anche da quella catastrofe.

Non chiamateci angeli. In mezzo alle decine di migliaia di volontari che, imbracciata una pala, cercavano di cancellare i disastri dell’Arno, c’erano anche dieci sassaresi. Gli piace raccontare quell’esperienza, è una roba che manda il cuore in rewind. Ma a una condizione: «Per carità non usate la parola Angeli del fango: abbiamo avuto molto, ma molto di più di quanto abbiamo dato».

I dieci sassaresi. Affare fatto: le creature celesti che da Sassari sono precipitate nel pantano fiorentino, erano Gigi Bua, studente universitario poi diventato ricercatore di Sociologia, ora pensionato. Luigi Pinna, noto Gigione, stimato neurologo. Costantino Ghiattis, nato a Corfù ma sempre vissuto a Sassari, anche lui medico. Luigi Martinetti, agente marittimo portotorrese. Paolo Porcu, titolare di un’azienda agricola. Prospero Malavasi, insegnante e dirigente scolastico. Ulisse Serra, ha lavorato per anni alla segreteria dell’Università. Antonio Lobino, medico chirurgo. E poi altri tre compagni di avventura di cui sfugge il nome.

Il viaggio. Gigi Bua, nel 1966 aveva 20 anni, e anche gli altri universitari avevano pressappoco quell’età. La notizia dell’alluvione di Firenze era rimbalzata nelle tv, ma soprattutto scivolava svelta nelle aule accademiche, tra i collettivi studenteschi. C’erano capolavori da salvare, un patrimonio letterario incredibile a mollo nella melma, e una popolazione in ginocchio a cui tendere la mano. «Siamo partiti con tanta buona volontà e altrettanta disorganizzazione. Un gruppetto di dieci amici, una colletta tra familiari, conoscenti, una mano anche dal Comune e dal vescovo, e poi nave, treno. E poi un incredibile scenario di devastazione, una città che cercava di riemergere da una montagna di fango».

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La devastazione. «Ricordo che la cosa che ci impressionò di più fu la striscia lasciata dal gasolio sui muri delle case. Quella riga nera che sovrastava le finestre, che correva più in alto della statura di una persona, dava l’idea del livello che l’Arno aveva raggiunto». I serbatoi carichi di idrocarburi si erano rotti, e la nafta galleggiando sopra acqua e detriti, delimitava la superficie del disastro. Due metri di Firenze erano formato palude.

Il bucato di libri. I primi dieci giorni si concentrano nella biblioteca nazionale. Centinaia di migliaia di volumi sono fradici, impregnati di fango e gasolio. Bisogna tirarli fuori a uno a uno dalla poltiglia dei seminterrati e delle cantine, e poi ripulirli. «Avete presente un bucato gigantesco, con fili che si allungavano per centinaia di metri, dai quali penzolavano libri gocciolanti? Questa immagine non me la scorderò mai. E poi l’ebbrezza di arrampicarsi sopra gli scaffali per recuperare i volumi custoditi più alto. Quando in cima a una pila di quotidiani abbiamo letto sulla testata “La Gazzetta Sarda”, abbiamo capito che la nostra missione, alla Biblioteca Nazionale, poteva dirsi conclusa».

I paesi colpiti. Le dieci “creature celesti”, che dopo dieci giorni di immersione avevano assunto una colorazione più tendente al marrone pozzanghera, si spostano nei paesini limitrofi. «L’accesso alle case allagate era proibito, e allora solo le squadre di volontari potevano arrampicarsi ai piani alti e buttare giù le cose dalle finestre. Entravi nell’intimità delle famiglie, gli restituivi gli oggetti più preziosi».

Un trailer del ’68. Non è però solo un viaggio nel fondo della devastazione, è anche uno straordinario itinerario di crescita: «Immaginate dieci studentelli che escono dal guscio. Nel 1966 tra la Sardegna e il Continente non c’era solo di mezzo il mare, c’era un grande salto culturale e di progresso. Per rendere l’idea bastano due aneddoti. Noi la prima volta che abbiamo visto un tetrapak è stato lì a firenze. Noi conoscevamo le bottiglie. E quando abbiamo notato i volontari milanesi maneggiare il rotolo di scottex, roba mai vista dalle nostre parti, il nostro pensiero è stato: ma che culo grande che devono avere questi continentali. Però nel nostro piccolo eravamo anche tanto orgogliosi di essere quelli arrivati da più lontano, quelli che addirittura hanno dovuto attraversare il mare per essere qui ad aiutare il prossimo».

In definitiva è stata un’esperienza di crescita umana. «La sensazione che tutti ci portiamo dietro è stata quella di un enorme coinvolgimento collettivo, una intera generazione che si stringe e fatica insieme, migliaia di giovani mossi dallo stesso sentimento di solidarietà. È proprio una sensazione che riempie dentro. E sono convinto che per tutti è stato una specie di imprinting politico, una formazione sul campo, un preludio del 68. Abbiamo tastato con mano l’importanza e la grandezza dell’azione collettiva».

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