Il vero cambiamento passa attraverso l’empowerment

A proposito della motivazione, mi hanno colpito due episodi recenti. L’altro giorno mio figlio ha visto una foto disgustosa riportata su un pacchetto di sigarette abbandonato per terra e mi ha...

A proposito della motivazione, mi hanno colpito due episodi recenti. L’altro giorno mio figlio ha visto una foto disgustosa riportata su un pacchetto di sigarette abbandonato per terra e mi ha chiesto: «Cose è?». Volevo rispondergli: «L’evoluzione post moderna per immagini della mamma del sole o dell’uomo nero», ma a due anni non avrebbe capito.

Siamo sicuri che queste immagini aiutino realmente a smettere di fumare? Pochi giorni fa durante un interessante convegno del Cip sullo sport, un medico ha paragonato gli effetti del farmaco e dello sport sulle persone, promuovendo l’idea che lo sport sia il miglior farmaco possibile. Lodevole e interessante, ma sento che manca un passaggio. Non è sufficiente sapere che una certa cosa faccia male o bene, per smetterla o iniziare a farla.

Il vero cambiamento passa per un processo di crescita individuale e collettiva che in psicologia prende il nome di “empowerment”. Esso si basa sulla consapevolezza di sé attraverso l’incremento di autostima, autoefficacia e autodeterminazione. La motivazione intrinseca alla base della pratica sportiva la differenzia profondamente dal farmaco. Lo sport è uno spazio in cui sviluppare delle proprie competenze motorie e sociali, ma soprattutto è divertente. Non immagino mio nonno di 93 anni divertirsi giocando a fare canestro nella sua bocca con la pastiglia tirata in aria, ma lo ricordo bene qualche anno fa arrampicato sul melograno a darmi lezione sulla potatura mentre io gli reggo la scala, e non il contrario. A dimostrazione che competenze e divertimento si allenano a vita.

Rispetto al tabagismo, un’importante ricerca americana dimostrò che tra le persone la cui autostima era maggiormente legata all’uso sociale della sigaretta e del fumare, gli avvisi terroristici sulla mortalità da fumo producevano paradossalmente un atteggiamento più favorevole alla sigaretta: una sorta di reazione al tentativo di fargli paura. Ricordo da adolescente che esistevano delle sigarette che si chiamavano “death”. Fumarle faceva ancora più figo.

Insomma,

lavorare sull’empowerment vuol dire domandarsi il perché si è iniziato fumare e sul significato personale che si dà a tale comportamento, al fine di elaborare strategie di cambiamento sofisticate. Anche perché al bar vendono dei copri-pacchetto di sigarette, occhio non vede...!

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