Massaggi a luci rosse, 11 cinesi a giudizio

Imputati di sfruttamento della prostituzione e falso. Nel 2014 furono chiusi cinque centri estetici

SASSARI. Si aprirà il 24 maggio davanti al giudice monocratico Giancosimo Mura il processo nei confronti di undici cinesi (sette uomini e quattro donne) che ieri sono stati rinviati a giudizio per sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione e per falso. L’inchiesta risale a luglio del 2014 quando l’indagine dei carabinieri della compagnia e del Nas di Sassari aveva portato alla chiusura di cinque centri estetici in città e ad Alghero e alla denuncia di nove persone. In un secondo momento se ne erano aggiunte altre due.

Erano studenti, medici, imprenditori, professionisti i clienti più frequenti dei centri massaggi sequestrati. Secondo gli investigatori oltre al massaggio in quei locali venivano garantite – «se si aderiva alla proposta» – anche prestazioni sessuali semplicemente ritoccando la tariffa iniziale. Si partiva da un prezzo base di 40, 50 euro e si aggiungevano poi 10 o 20 euro. Tutto a norma di legge, con tanto di ricevuta consegnata ai clienti.

Le indagini coordinate dal sostituto procuratore Giovanni Porcheddu avevano permesso di accertare che dentro quei centri benessere succedeva qualcosa di strano e di poco legale. Strutture discrete dal punto di vista igienico «che venivano pubblicizzate – avevano spiegato i militari – con annunci sui giornali e su internet. Le immagini che venivano divulgate ritraevano ragazze in abiti succinti e in pose provocanti, lasciavano intendere che potessero esserci le condizioni per qualcosa in più del semplice massaggio. Oltretutto queste donne cinesi in realtà non erano tutte giovanissime e piacenti come quelle proposte negli annunci». I centri si trovavano in vari punti della città: via degli Astronauti, viale Sicilia, via Principessa Maria, via Domenico Millelire (Li Punti). Un altro ad Alghero in via Fermi. L’organizzazione del servizio – come avevano spiegato all’epoca gli inquirenti – accontentava un po’ tutti: apertura quotidiana e un orario in grado di soddisfare le esigenze dei lavoratori più differenti. Dai professionisti ai dipendenti aziendali, agli studenti universitari.

In una seconda fase dell’inchiesta, a distanza di un mese circa, erano state denunciate altre due persone – sempre di nazionalità cinese

– per aver presentato un titolo falso che doveva servire a ottenere l’autorizzazione per l’apertura. Si trattava dell’abilitazione alla professione di estetista. Gli imputati sono assistiti dagli avvocati Giuseppe Onorato, Luigi Esposito, Anna Laura Vargiu e Marcello Marceddu. (na.co.)

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