Nule, il padre di Stefano: «Qualcuno sa, allora parli»

L’appello di Marco Masala: non avremo pace finché non lo riporteremo a casa E sulle indagini: abbiamo fiducia nel lavoro dei magistrati. Attesa per le ricerche

NULE. Porta sempre al collo quella collana con una medaglia che ritrae i volti sorridenti di sua moglie Carmela e di suo figlio Stefano. Un ciondolo che gli ricorda – se mai ne avesse bisogno – la promessa che proprio alla sua compagna aveva fatto pochi istanti prima che morisse: «Sì, riporterò Stefano a casa». Marco Masala, padre del giovane scomparso il 7 maggio del 2015, nel giorno in cui si celebra la festa della Liberazione lancia il suo nuovo appello.

«Il 25 aprile ci ricorda la liberazione dai soprusi, dalle atrocità e dalle tanti morti che la guerra ha causato. Ma la nostra famiglia, dopo quel tragico 7 maggio 2015, non è per niente libera, vive costantemente nel dolore e nell’angoscia perché non siamo ancora riusciti a trovare il nostro amato Stefano. E soprattutto non lo abbiamo potuto riportare tra le braccia della sua adorata madre Carmela salita in cielo affranta dal dolore per la sua mancanza». Sono parole che toccano il cuore e l’anima. Una famiglia distrutta che però non ha alcuna intenzione di rassegnarsi o di smettere di credere che Stefano lo riporteranno a casa.

Per il suo omicidio (e per quello dello studente di Orune Gianluca Monni) il 19enne Paolo Pinna, anche lui di Nule, è già stato condannato a vent’anni di carcere dal giudice del tribunale dei minori di Sassari. «A distanza di quasi due anni chi ha provocato tutto questo dolore non manifesta alcun segno di pentimento – dice Marco Masala – Eppure noi siamo convinti che qualcun altro sappia dove si trova Stefano. E allora a lui ci rivolgiamo e a lui chiediamo che si metta una mano sulla coscienza e parli. Anche perché in questo modo eviterebbe di incorrere nel reato di favoreggiamento che gli costerebbe caro dal punto di vista penale».

Sembra un chiaro messaggio quello di Marco, indirizzato forse a persone che potrebbero sapere che fine ha fatto Stefano. «Continuiamo ad avere fiducia nel lavoro che la magistratura sta svolgendo – aggiunge il padre dello scomparso – ma soprattutto siamo convinti che le nostre immense preghiere saranno ascoltate».

Ma è fondamentale, in tutto questo attendere, che presto venga ripresa

l’attività di ricerca del trentenne, così come gli inquirenti avevano garantito ormai diversi mesi fa. Con i cani molecolari, con attrezzatura sofisticata, con uomini. È chiaro infatti che in questo tipo di situazioni il passare del tempo è un acerrimo nemico.

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