I portali di Santa Croce tornano a casa

Semestene, portati via nel 1968 per un restauro i due monumenti dell’epoca tardo gotico-aragonese erano a Sassari

SEMESTENE. Dopo quarantanove anni di lotta, condotta con grande forza e altrettanta decisione, gli abitanti di Semestene rientrano in possesso dei due portali lapidei di Santa Croce dell’epoca tardo gotico-aragonese, portati a Sassari nel 1968 per un restauro e mai tornati indietro.

Il piccolo centro del Meilogu Logudoro si riappropria di un tesoro architettonico che la lentezza e macchinosità di una burocrazia sempre più lenta e spesso incomprensibile, forse con troppa sicumera, aveva loro tolto. A sbloccare una situazione sempre più complicata è stato un provvedimento di Maura Picciau, Soprintendente ai Beni Monumentali di Sassari che, il 15 febbraio scorso, ha rilasciato al comune l’autorizzazione per la restituzione dei portali lapidei di Santa Croce. La restituzione porta a buon fine la pressante richiesta che, già dal 2003, i sindaci Giommaria Deriu, e in seguito Stefano Sotgiu, avevano rivolto al Soprintendente. Ci sono voluti quasi tre lustri per esaudire quel desiderio, oggi il loro accorato appello è stato accolto e «viene ridata alla comunità un segno della propria storia», ha osservato la soprintendente Picciau, dirigente di un ente culturale statale preposto alla tutela e valorizzazione del patrimonio culturale che si è fatta carico dei bisogni anche interiori della cittadinanza. Un bisogno di bellezza, di arte, di segni della devozione, e di identità collettiva. Quell’ardore identitario che gli abitanti di Semestene hanno sempre coltivato, e difendono con vigore, per dare al paese, con il recupero e la vitalità di un impegno straordinario, la forza di superare la grave crisi che lo spopolamento dilagante sta generando in tutti i piccoli comuni. Un impegno che si è palesato chiaramente in oltre 49 anni di lotta per recuperare la sacralità ed esistenza materiale della chiesa di Santa Croce. Un edificio sacro romanico gotico, costruito, nell’attuale Piazza IV Novembre, nel XII secolo, oggetto di accrescimento e rimaneggiamento cinquecentesco, sede dell’oratorio della omonima Confraternita. Oggi della chiesa restano solo le fondamenta, il pavimento e l’attracco in alcuni tratti dei muri perimetrali. La demolizione, legata a una storia di lentezza burocratica, iniziò nel febbraio del 1963 con il sopraluogo di un incaricato del soprintendente Roberto Carità che ne rilevò lo stato di degrado, in particolare nel tetto e in alcune strutture. Seguì una fitta corrispondenza fra l’allora sindaco, Nicolino Solinas, e la soprintendenza (una trentina di lettere e comunicazioni). Nell’agosto del 1967 la vicenda terminò con l’abbattimento del monumento sacro e il 18 Maggio del 1968, «a titolo di deposito, i frammenti architettonici costituenti i due portali architravati della chiesa» furono trasportati a Sassari. Si trattava

di due pregevoli reperti dell’arte tardo gotico-aragonese nell'isola, quello principale (il maggiore) e quello laterale (il minore), che furono restaurati e posti nel giardino della villa Melis, in Via Monte Grappa, ex sede della soprintendenza per i beni architettonici e paesaggistici.

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