I giudici confermano 25 anni a Faedda

La sentenza emessa dopo tre ore di camera di consiglio. La delusione dell’avvocato Mura e le certezze del Pg Pintus

SASSARI. Tre ore di camera di consiglio, poi la sentenza: 25 anni di reclusione per Antonio Faedda, 46 anni di Grosseto ma residente a Giave. Per l’allevatore i giudici della corte d’appello di Sassari hanno confermato la condanna pronunciata in primo grado il 3 dicembre del 2015 per il secondo filone dell’inchiesta sul sequestro dell’allevatore di Bonorva Titti Pinna.

La presidente Plinia Azzena ha dato lettura della sentenza ieri mattina alle 13,07 e Antonio Faedda ha ascoltato in silenzio accanto al suo legale Gian Marco Mura. Delusione evidente sul suo volto, poi il saluto ai familiari prima del ritorno in carcere.

Delusione anche nel commento dell’avvocato Mura: «Ci credevamo e ci crediamo ancora – ha detto – aspettiamo le motivazioni e ci prepariamo al ricorso in Cassazione». Poi altre due parole: «Eravamo convinti che gli stessi dubbi che abbiamo noi potessero averli anche loro, perché troppe cose ancora devono essere chiarite...».

Nessun dubbio, invece, da parte della corte presieduta da Plinia Azzena (a latere Massimo Zaniboni, fresco di nomina alla presidenza del Tribunale di Sassari). In apertura di udienza, il procuratore generale Maria Gabriella Pintus nella sua replica durata poco più di un quarto d’ora aveva ribadito la linea espressa nella requisitoria, basandosi molto sul percorso dei rapitori e sulle celle agganciate durante lo spostamento con l’ostaggio da nord verso sud e ritorno. Senza esitazione la sua conclusione: «Se Giovanni Maria Manca ha organizzato il sequestro – ha detto – certo è che Antonio Faedda è il suo primo interlocutore. A lui fa la prima chiamata quando parte il rapimento di Titti Pinna».

Gian Marco Mura - da parte sua - nell’ultimo intervento difensivo prima che la corte si ritirasse in camera di consiglio, ha messo in discussione proprio la questione delle celle telefoniche, degli orari nella giornata del sequestro a Bonorva e anche l’attendibilità di Carlo Cocco, il testimone chiave dell’inchiesta bis condotta dal pubblico ministero della Direzione distrettuale antimafia Gilberto Ganassi e che ha visto impegnati a lungo gli investigatori della squadra mobile di Sassari guidati dalla dirigente Bibiana Pala e, in particolare, la sezione Criminalità organizzata.

La sentenza d’appello - anche se bisognerà attendere le motivazioni, disponibili tra 90 giorni - sembra confermare l’ipotesi accusatoria emersa dal processo di primo grado. Quindi il legame tra Manca e Faedda, e il ruolo “di minore spessore” svolto dall’allevatore di Giave. Il percorso giudiziario dei due imputati si è diviso solo in appello per un problema tecnico legato alla scelta del nuovo difensore da parte di Manca, ma nella sua requisitoria il procuratore generale Maria Gabriella Pintus non aveva potuto fare a meno di intrecciare le due posizioni. Una necessità processuale, perché appare evidente - per come si è sviluppata la vicenda - che a Manca i giudici di primo grado (come riportato anche nelle motivazioni) hanno riconosciuto «non solo la partecipazione alla fase del prelievo dell’ostaggio - con la telefonata che ha dato il via all’operazione - con riferimento in particolare al suo trasporto dal luogo della prima sosta e fino a quello che è stato denomninato “ovile dei maialetti” (il posto dove Titti Pinna viene minacciato di essere dato in pasto ai maiali e viene costretto a chiamare la sorella
Maria per comunicare la richiesta di riscatto di 300mila euro), ma anche in quella successiva delle trattative». Titti Pinna era rimasto prigioniero nell’ovile di Sedilo di Salvatre Atzas (già condannato a 30 anni) per otto mesi. Poi la rocambolesca fuga.

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