«Migranti a bordo? Si fa finta di niente»

I controllori costretti a chiudere un occhio. Deliperi (Fit-Cisl): «Si sa che non pagano, ma è meglio non chiedere il biglietto»

SASSARI. L’aggressione alla capotreno di Porto Torres è solo la punta di un iceberg delle situazioni di conflitto che si verificano a bordo dei mezzi pubblici. Non è un caso che la Prefettura di Sassari abbia convocato per i prossimi giorni un tavolo al quale ha invitato i gestori dei centri di accoglienza.

Il tema che focalizzeranno è proprio la sicurezza del trasporto pubblico e le criticità che si verificano quotidianamente nel momento in cui, all’interno di treni, autobus e pullman, sale un controllore per chiedere i biglietti. Purtroppo i migranti che pagano regolarmente la corsa sono una ristretta minoranza, e questo diventa un problema per chi è chiamato a far rispettare le regole.

Giuliano Deliperi, oltre a essere un capotreno dell’Arst, è anche sindacalista della Fit-Cisl. «Mi sarei aspettato che la Prefettura, per analizzare un argomento così delicato, non si fosse limitata a coinvolgere solo i responsabili dei centri di accoglienza. Loro sono una parte marginale del problema. Chi ha a che fare ogni giorno con i migranti sprovvisti di biglietto siamo noi lavoratori del trasporto pubblico. E dobbiamo gestire le situazioni da soli, perché non abbiamo alcun tipo di direttive e supporto aziendale. E sapete allora quale è la soluzione migliore da adottare? Chiudere non uno, ma entrambi gli occhi. Passare dritti e far finta di nulla. Senza chiedere i biglietti. Perché intanto sai già che nessuno ha pagato, e un approccio rigido alla fine può rivelarsi controproducente. Primo perché tra una fermata e l’altra di un treno ci sono molti chilometri e tu sei solo a bordo. Due perché i migranti viaggiano in gruppo e non sono esattamente dei fuscelli. E tre perché, se dovessi beccare un passeggero sassarese o dell’hinterland senza biglietto, non sarei nelle condizioni di sanzionarlo. Perché la prima cosa che ci sentiamo dire, ed è capitato moltissime volte, è questa: perché loro possono viaggiare gratis e la multa la becchiamo solo noi? Sanzionate tutti e allora ne riparliamo. Vi assicuro che sono situazioni di grande imbarazzo, e i controllori sono lasciati soli a gestirle: con il loro buon senso, con molta elasticità e talvolta con istinto di sopravvivenza. Ecco perché si preferisce non sanzionare e far finta di nulla».

La situazione non cambia molto in casa Atp, anche se gestire i “portoghesi” nel perimetro urbano è decisamente più facile. Le fermate degli autobus sono molto ravvicinate, ci sono telecamere a bordo dei mezzi, e il massimo che accade a un migrante beccato senza biglietto è l’essere costretto a scendere da un bus, per poi riprendere quello successivo.

«Ci sono una serie di corse – dice il direttore amministrativo dell’Atp Roberto Pocci – dove l’utenza proviene dai centri di accoglienza e sappiamo bene che non paga il biglietto. Parliamo dei mezzi che vanno a Predda Niedda, o a Platamona, o ancora al Latte Dolce. Per i controllori è quasi impossibile sanzionare, perché non forniscono generalità, ci sono problemi con i documenti, da un punto di vista anagrafico sono una sorta di fantasmi. E andare avanti con una denuncia sino alle aule di un tribunale, quante spese comporterebbe? Avvocato d’ufficio, notifiche, testimoni: ne vale la pena per un biglietto? È per questo che penso sia più ragionevole cambiare radicalmente la gestione del sistema: è meglio far rientrare nelle regole questo fenomeno, prevedendo, all’interno dei sostegni economici per l’accoglienza, anche le spese di trasporto».

Perché molti dei centri sono localizzati in periferia, come a Li Lioni, o a Predda Niedda ecc. e la diaria che i migranti percepiscono non consente loro di far fronte a un onesto pendolarismo. «Anche all’Atp avrebbe fatto piacere partecipare al tavolo in Prefettura, proprio per provare ad analizzare delle soluzioni alla radice del problema _ conclude Pocci _ Potenziare i controlli non ha molto senso, perché alla fine mancano gli
strumenti giuridici che agiscano da deterrente. Le istituzioni dovrebbero prevedere nei bandi anche un costo per la mobilità quotidiana degli ospiti dei centri di accoglienza. La possibilità di muoversi e spostarsi autonomamente d’altronde è un requisito per l’integrazione».



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