«Neanche le bestie vengono trattate così»

L’ultimo sequestro di persona in Sardegna: 8 mesi di prigionia, condizioni disumane e catena al collo

SASSARI. «Titti Pinna sopportò una prigionia indegna di un essere umano ma che sarebbe improprio definire bestiale, perché neanche le bestie vengono trattate in quel modo». Se non ci fosse stato il limite imposto dal codice al cumulo delle aggravanti, Salvatore Atzas sarebbe stato condannato a 45 anni di carcere invece dei trenta inflittigli dal tribunale per il sequestro dell’allevatore di Bonorva, l’ultimo messo a segno in Sardegna negli ultimi dieci anni. É questo il passaggio centrale delle motivazioni depositate dai giudici che in primo grado hanno condannato Salvatore Atzas. E in quella frase c’è la sintesi della storia di un uomo che ha sopportato sofferenze e umiliazioni terribili: è riuscito a scappare quando ormai non si reggeva più in piedi e sentiva la morte vicina. Ha allentato il fil di ferro che bloccava la catena con una forchetta, poi ha spinto una balla di fieno che costituiva la parete del “buco nero” nell’ovile di Sedilo ed è riuscito a saltare fuori. Si teneva i pantaloni con le mani perché era talmente dimagrito che li perdeva. Camminava e cadeva, ha fatto decine di metri rotolando prima di arrivare, con la catena fissata al collo e tenuta tra le mani, nel piazzale della fabbrica della “Cmc”, dove i primi operai l’hanno scambiato per un barbone arrivato fino lì per chiedere l’elemosina. Dal 19 settembre 2006 al 28 maggio del 2007: otto mesi di carcerazione con la benda sugli occhi, le orecchie coperte con la cera per non sentire i rumori. Il setto nasale fratturato - dopo un colpo ricevuto con il calcio di una pistola durante la prima fase del sequestro -, nessuna cura medica. É un miracolato Titti Pinna. Per la sua liberazione non risulta pagato alcun riscatto, anche se la richiesta fatta dai banditi era stata di 300mila euro e forse doveva essere un rapimento-lampo che poi è stato gestito, invece, come sequestro tradizionale da una banda che non era neppure organizzata per farlo e ha compiuto più di qualche pasticcio.

Così l’ostaggio ha rischiato di morire in quell’angolo angusto ricavato nell’ovile di “Su Padru” dove in otto mesi ha avuto solo due volte
il cambio della biancheria intima, usava un secchio e le bottiglie di plastica per i bisogni fisiologici.

Dopo l’inchiesta-bis, all’orizzonte c’è anche una inchiesta-ter, perché secondo gli investigatori mancano ancora all’appello alcuni componenti della banda. (g.b.)

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