Sequestro Titti Pinna, 28 anni a Manca

La sentenza pronunciata poco dopo le 13: i giudici hanno confermato il giudizio di primo grado per l’allevatore nuorese

SASSARI. Poco più di tre ore di camera di consiglio per confermare la condanna espressa dai giudici di primo grado e sollecitata anche dalla procuratrice generale Maria Gabriella Pintus. Alle 13,03 il collegio giudicante presieduto da Mariano Brianda (a latere Marina Capitta) ha emesso la sentenza d’appello nei confronti di Giovanni Maria Manca: 28 anni di reclusione per il sequestro dell’allevatore di Bonorva Titti Pinna. L’imputato - presente in aula accanto al suo difensore, l’avvocato Pierluigi Concas - ha accennato solo una smorfia. Niente di più. In fondo, forse se l’aspettava. Specie dopo la condanna inflitta, poco più di due mesi fa, ad Antonio Faedda (25 anni di reclusione, come in primo grado). Il procedimento giudiziario dei due allevatori (dopo la sentenza di primo grado) era stato separato solo per una casualità, per la indisponibilità dell’allora difensore di Manca (l’avvocato Pasqualino Federici, che aveva curato appunto le motivazioni della richiesta d’appello, poi la malattia aveva impedito al penalista sassarese, scomparso di recente, di seguire la vicenda giudiziaria).

Dal fondo dell’aula della corte d’appello di via Budapest - dove erano presenti familiari e amici dell’imputato - un brusio e qualche voce dal tono un po’ più alto e un ironico “bravi”, rivolto ai giudici subito dopo la lettura della sentenza. Poi i primi commenti a freddo della difesa: «É chiaro che andremo in Cassazione – ha detto l’avvocato Concas – restiamo convinti della tesi che abbiamo sostenuto in aula. Io sono subentrato nel processo di secondo grado. Si vedrà».

La sentenza pronunciata dai giudici di Sassari - anche se bisognerà attendere il deposito delle motivazioni per avere un quadro completo - sembra confermare pienamente l’ipotesi dell’accusa (costruita con l’inchiesta-bis diretta dal procuratore della Direzione distrettuale antimafia di Cagliari Gilberto Ganassi) e della procuratrice generale Maria Gabriella Pintus.

«Se Giovanni Maria Manca ha organizzato il sequestro di Titti Pinna – aveva detto la pg – certo è che Antonio Faedda è il suo primo interlocutore. A lui fa la prima chiamata quanto parte l’operazione per il rapimento nel pomeriggio del 19 settembre 2006».

Una sentenza che sembra confermare anche la piena credibilità del testimone chiave Carlo Cocco che con le sue dichiarazioni - cristallizzate in un incidente probatorio - aveva raccontato di quella telefonata che Giovanni Maria Manca fece alle 15,35 del giorno del sequestro utilizzando il suo cellulare. La chiamata era indirizzata ad Antonio Faedda (che secondo l’accusa svolse il ruolo di staffetta davanti all’auto con l’ostaggio per segnalare eventuali posti di blocco durante il viaggio verso l’ovile di Lochele): una manciata di secondi per annunciare che si poteva cominciare. Niente capretti, come invece aveva sostenuto la difesa sia di Faedda che di Manca.

E poi in colonna tutti gli altri indizi messi insieme per realizzare il castello accusatorio che ha retto anche al passaggio dei giudici di secondo grado.

Gli orari e il percorso dell’imputato documentato dalle celle telefoniche che “agganciano” da nord a sud e successivamente nel viaggio di risalita. Il Kangoo, il mezzo aziendale in uso a Giovanni Maria Manca che sarebbe stato utilizzato per trasportare l’ostaggio dopo il primo cambio macchina e prima del successivo passaggio nella station wagon di Salvatore Atzas. E ancora: le indicazioni che padre Pinuccio Solinas avrebbe dato all’allora capitano del Ros Alfonso Musumeci sostenendo
che era stato “Mimmiu” Manca a indirizzarlo all’incontro con i rapitori al passaggio a livello di Mulargia. E le minacce che Manca avrebbe fatto a Carlo Cocco, tanto che il suo ex amico si sente in pericolo e confida alla sorella: «Per me è finita...».

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