Nuoro capitale violenta, un ritorno al passato

L'OPINIONE - La città della Barbagia, che aspira a diventare capitale italiana della cultura, si ritrova prima in classifica per il numero di omicidi commessi lo scorso anno

E così la capitale della Barbagia, che aspira a diventare capitale italiana della cultura, si ritrova prima in classifica per il numero di omicidi commessi lo scorso anno. Un record che deogratias mancava da tempo, dagli anni tormentati del dopoguerra, quando il quadrilatero sotto Bruncu Spina e Osposidda era il più ribollente di sangue in Sardegna e, con qualche eccezione tra Sicilia-Campania-Calabria, in tutt'Italia. Quasi undici delitti ogni centomila abitanti nel 2016 ma - lo conferma il Viminale - con un calo consistente di undici punti rispetto all'anno precedente. E, soprattutto, con una diminuzione nettissima in confronto a quanto avveniva tra gli anni Sessanta e Ottanta, il trentennio più sanguinario del dopoguerra. Negli anni '70 si dovevano raccontare trentadue delitti sotto il Gennargentu. Non si parlava di donne ma di vedove del mitra. Si dovevano raccontare mamme giustiziate con P38 in piazza, bambine massacrate sotto Natale, nonni e nipotini falciati da un mitra alla vigilia di un Capodanno. Famiglie sterminate davanti a vitigni di cannonau, fratelli uccisi in coppia. Stragi “in die nodìa”. La festa patronale è una buona occasione. Ieri. Ma anche oggi.

Però oggi non è più così. È cambiata la Sardegna ed è cambiata soprattutto la Sardegna centrale, anche con terapie d'urto che, durante la cura, hanno causato danni. Ma dal silenzio dell'ovile si è passati al dialogo del consiglio di fabbrica. E le croci, per faide e per vendette, sono diminuite.

Ma non c'è da gioire. Perché la zona che affibbia all'isola dei nuraghi questo primato en noir è sempre la stessa, quella dove l'omertà è incrollabile e troppo spesso giustificata, quella dove la vita solitaria domina su quella collettiva, dove il senso di comunità è smarrito e - pur in pochi villaggi - continua a essere un miraggio. In quegli anni tormentati si reagiva con le assemblee popolari. Oggi impera il silenzio. Anche se vedi. E non è un toccasana. La geografia che assesta questo nuovo duro colpo a Nuoro è la stessa dove andavano a capire il fenomeno-criminalità i missionari laici del dopoguerra: l'antropologo pugliese Franco Cagnetta e il sardo Michelangelo Pira, il regista Vittorio De Sita che titolava un suo film “Banditi a Orgosolo”, lo scrittore Peppino Fiori che radiografava “La società del malessere”, il giornalista Gigi Ghirotti che nel 1968 dava alle stampe per Longanesi “Mitra e Sardegna” e anche allora parlava di ”nazione sradicata”, di “Maigret nel nuraghe”, del “paese degli alibi”. Si abbattè inarrestabile anche il cancro dei sequestri di persona, diciotto persone (tra ostaggi ed emissari) nelle mani dell'Anonima sotto le feste comandate. Furono altri delitti, conflitti a fuoco, dodici mesi di violenze ogni anno. Quando a Porto Raphael di Palau venne rapita la famiglia Schild (padre Ralpf, madre Daphne e figlia Isabelle) i giornali inglesi scrivevano in prima pagina Sardinia Kidnapping. In Piazza del Campo a Siena, per i nostri pastori che fuggivano dalle doppiette rifugiandosi nelle colline toscane, si leggeva: Rispediteli nel Sardistan. Chi, in quell'epoca, passava con un'auto targata in qualche modo Sardegna, fra Civitavecchia e Pesaro veniva controllato da pattuglie di carabinieri e poliziotti anche quindici volte in un centinaio di chilometri. E guai ad essere nati in provincia di Nuoro. Mille domande, dove va, perché, ha parenti in questa zona, sicuro che va a dare esami?

Se paragoniamo le statistiche impietose di oggi a quelle di ieri e di avant'ieri non possiamo che respirare. La zona rossa c'è, è meno estesa ma sempre la stessa. Preoccupa che Nuoro primeggi anche per frodi informatiche. Questa leadership del crimine anche in tempi di twitter e facebook fa accrescere le

angosce. Impongono di intervenire con terapie sociali nelle zone dell'eterno malessere, dello spopolamento, del lavoro negato. L'ex presidente della Regione Mario Melis diceva che “la svolta in Barbagia avverrà con la cultura”. Aggiungeva: “Le parole feriscono ma non uccidono, le pistole sì”.

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