Le scuole sarde non preparano all'università e al lavoro

Sconfortanti i dati dell’indagine di Eduscopio: gli istituti superiori del Centro-Nord fanno molto meglio

SASSARI. Era normale che, a caldo, suscitasse interesse e attenzione la classifica delle migliori scuole superiori d’Italia, appena divulgata da Eduscopio, Fondazione Agnelli, edizione 2017-2018. E c’era anche da aspettarsi che, come è avvenuto, i quotidiani nazionali e locali, da nord a sud, dessero visibilità ai nomi delle scuole – licei, classici e scientifici, e istituti tecnici dei vari settori – che spiccano nelle varie aree del Paese, per la loro “qualità” nel preparare agli studi universitari o al lavoro dopo il diploma. Sarebbe un vero peccato, però, farsi distrarre da una effimera curiosità per le posizioni in graduatoria delle scuole della propria zona di residenza. Perdendo così la preziosa occasione di ragionare avendo a disposizione una messe di dati oggettivi e affidabili sul percorso post diploma di più di un milione di studenti che si sono diplomati in oltre 6mila scuole italiane negli ultimi tre anni scolastici.

Calati nella diverse realtà locali danno conto, da una parte, di una situazione variegata e in movimento; dall’altra offrono indicazioni sulla qualità degli istituti di II grado sulla base di due compiti educativi centrali per il sistema d’istruzione secondario: la capacità di licei, istituti tecnici e professionali di preparare (e, se possibile orientare), i ragazzi nel passaggio cruciale del passaggio agli studi universitari oppure all’ingresso nel mondo del lavoro. Qualità della scuola è come dire istruzione, sviluppo, lavoro, giovani, formazione, futuro.

Che cosa ci raccontano, dunque, i dati e i numeri che riguardano le scuole della Sardegna? La prima cosa che s’impone è il distacco, in tutti gli ambiti, dalle regioni del Centro-Nord. Un grosso divario emerge dal percorso del lavoro, nel quale rientrano gli istituti tecnici e professionali, con graduatorie basate su due criteri: il numero di studenti che, nei due anni dopo il diploma hanno lavorato per più di sei mesi, in rapporto a chi non si è immatricolato all’università; e la coerenza tra il percorso di studio e l'impiego trovato. I numeri dicono tutto.

Se, all’Istituto Carlo dell’Acqua, a Legnano, per fare un solo esempio, gli occupati raggiungono il 64,86 per cento con un 37 per cento di diplomati che svolgono un lavoro coerente con gli studi fatti, a Cagliari , l’istituto “Meucci”, che offre la più alta garanzia di occupazione, vanta un 44,73%. L’istituto tecnico Attilio Deffenu, in una città dinamica come Olbia, non arriva al 42, con un quinto dei diplomati che svolgono un lavoro coerente col diploma. A Sassari, il Devilla-Dessì-La Marmora si ferma rispettivamente al 36 e al 17,5 per cento, e il Pietro Martini di Cagliari al 39,6 e al 14,8 . Il secondo percorso, quello dell'università, completa il quadro. I dati disponibili, sono relativi al primo anno da matricole universitari : esami superati e media dei voti vanno a produrre un indice Fga, l’indicatore che pesa la velocità nel percorso di studi e la qualità negli apprendimenti, tenendo conto anche della diversità di valutazione tra facoltà. Anche qui la prima osservazione da fare riguarda la media, più bassa – rispetto a quella nazionale dei voti degli studenti sardi (26-27 /30) e il minor peso dei crediti formativi . Neppure le scuole che occupano i primi posti della classifica regionale si avvicinano, con le performance dei propri studenti, a sfiorare il massimo punteggio – 100 punti – previsto dagli esperti della Fondazione Agnelli: una meta quasi raggiunta dal liceo Majorana di Desio (voto medio 29,73 e 96,05 crediti).

Il liceo classico e scientifico “Asproni-Fermi” di Iglesias, primo nella classifica regionale, registra una media agli esami del 26,15 e un indice dell’87,38% sui crediti ottenuti al primo anno. Da parte sua, l’antico e prestigioso liceo Azuni a Sassari – preceduto dal Canopoleno – si ferma ad un voto medio di 25,8 e ad un 53,33 di crediti. Abbastanza elevato il numero dei diplomati che non proseguono gli studi all’università. Se si sommano i tassi d’iscrizione e d’abbandono al primo anno siamo al 24 per cento per l’Azuni e al 20 per l’Asproni-Fermi. Un dato per niente confortante, visto che stiamo parlando delle scuole migliori.

Con una percentuale di laureati del 17,4 per cento nella fascia d’età compresa

tra i 30 ed i 34 anni, sarà dura per la Sardegna, confinata nel fanalino di coda delle regioni europee, arrivare persino a sfiorare l’obiettivo del 40 per cento dei laureati nella fascia d’età tra i 30 ed i 34 anni fissato dall’Europa nell’ambito della strategia “Europa2020”.
 

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