La ragazza di Porto Torres suicida aveva paura: «Sono in pericolo»

Da chi e da che cosa scappava? Si attendono l'esito dell’autopsia e le prime verifiche sul telefonino: sotto esame anche il cellulare dell’amica

SASSARI. Michela non ha fatto neppure in tempo a compiere 23 anni. Oggi la chiamiamo per nome perché intanto lo sanno tutti e soprattutto perché non era solo una barista. E sarebbe riduttivo continuare a ricorrere a quello che era - al momento - il suo lavoro per darle una identità. Michela era tante altre cose: intelligente, curiosa, ribelle e combattiva, fondamentalmente libera. Soprattutto leale. Leggeva libri, viaggiava, le piaceva conoscere e imparare. La sua vita si è fermata nella notte tra il 4 e il 5 novembre nella casa di un’altra ragazza a La Maddalena. E da lì si ricomincia per ricostruire una storia terribile, con tante ipotesi e mille dubbi. Ma anche con una certezza: Michela aveva paura, si sentiva in pericolo. L’aveva confidato alla titolare del bar dove lavorava: «Devo andare via da Porto Torres – le aveva detto – perché qui sono in pericolo. Mi devo allontanare per un po’».

E venerdì 3 novembre, nonostante le insistenze di chi ha cercato di convincerla a esternare le sue paure, era partita per La Maddalena. Ma con la convinzione di tornare, perché aveva con sè il biglietto di ritorno del traghetto e anche dell’autobus. Perché La Maddalena? É uno degli interrogativi dentro l’inchiesta che viene sviluppata dai carabinieri del Reparto territoriale di Olbia e della compagnia di Porto Torres. È successa qualcosa durante la permanenza sull’isola che ha fatto precipitare le cose fino a fare maturare la tragedia? Su quel biglietto scritto a penna sono in corso le verifiche, perché niente viene lasciato al caso. Il primo obiettivo è capire da chi e da cosa scappava Michela. Ricattata, minacciata per qualcosa che a un certo punto è diventata un peso insopportabile? Le ipotesi circolano e si incrociano, così pure il numero delle persone coinvolte (3 o 4). E poi gli strumenti: i video (due) che potrebbero anche appartenere alla sfera strettamente privata e che chissà per quali ragioni potrebbero essere finiti nelle mani sbagliate.

L’impressione è che Michela non avesse alcuna intenzione di arrendersi, la vicenda era complicata ma l’obiettivo era arrivare alla soluzione. La storia della rapina subita in casa l’aveva messa in piedi come “strumento di difesa”, per coprire la sparizione dei soldi: poco più di mille euro tra quali anche i 450 delle mance sue e dei colleghi del bar. Ma a chi erano andati quei soldi e perché? E quanto altri soldi sono spariti per lo stesso motivo?

L’inchiesta aperta per istigazione al suicidio presto potrebbe avere i primi iscritti nel registro degli indagati. La fase è delicatissima. Oggi a Sassari è in programma la perizia del medico legale sul corpo della ragazza. Dovrà dare risposte importanti a una serie di quesiti posti dal procuratore capo della Repubblica di Tempio Gianluigi Dettori. E sempre oggi dovrebbero cominciare le verifiche sul telefonino di Michela con un accesso forzato affidato ai consulenti tecnici. Stessa cosa sul

cellulare della ragazza de La Maddalena che ospitava Michela e che è stata l’ultima persona a vederla in vita e a parlarci. Si cercano riscontri, prove, indizi concreti che possano dare forza alle ipotesi. Perché Michela merita rispetto e giustizia.

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