Sassari, con gli speleologi dentro la cripta delle sepolture di Santa Maria di Betlem

Scoperti due locali con centinaia di scheletri nei sotterranei della basilica. Un cimitero scavato nel tufo e utilizzato dal Mille fino all’epoca napoleonica

SASSARI. Un cimitero sotterraneo scavato nel tufo dove riposano i resti dei tanti che, in un passato remoto, trovarono sepoltura sotto la chiesa che oggi fa da sentinella all’ingresso in città arrivando da Alghero. Santa Maria di Betlem non smette di stupire. È bastato sollevare il coperchio di una botola e calarsi poco sotto il piano stradale per riscoprire un’antica cripta suddivisa in due grandi stanze usate per le sepolture dagli anni attorno al Mille fino all’arrivo di Napoleone in Italia.



Le leggende. Tante sono le leggende fiorite nel tempo a ridosso di quel cunicolo che sabato mattina gli specialisti del Gruppo speleo ambientale Sassari, guidati da Pierpaolo Dore e Stefano Schintu, hanno varcato, con il guardiano del convento, padre Salvatore Sanna, per una verifica tecnica. L’angusto tombino situato sul pavimento del magazzino che ospita la rivendita di oggetti sacri, consente il passaggio di una sola persona. Una volta calati, bisogna strisciare quasi carponi per arrivare al grande ambiente sotterraneo, voltato a botte, che nelle giornate di pioggia viene parzialmente allagato.

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Atmosfera spettrale. Se non fosse per la luce prodotta dalle lampade montate sui caschetti degli speleologi, l’atmosfera sarebbe decisamente spettrale. Accanto all’ingresso, sulla sinistra, giacciono, infatti, sulla nuda terra, i resti ossei di chissà quante persone sepolte secoli fa. «Difficile stabilirne la datazione – spiega padre Salvatore – certo è che fino all’epoca napoleonica, i cimiteri non esistevano e le salme venivano inumate nelle cripte o nelle aree attorno alle chiese». Nel tumulo si distinguono chiaramente i teschi, ma anche ossa lunghe come femori, avambracci e diversi sono i crani di piccole dimensioni, forse di bambini, deceduti in un periodo in cui la mortalità infantile era piuttosto alta.



Due botole. Le salme venivano calate dall’alto attraverso due botole che ancora oggi collegano l’ipogeo con la chiesa. L’operazione veniva fatta da almeno due persone, da sopra si calava il cadavere imbragato e una volta sotto veniva composto sul pavimento. Il sotterraneo, ampio almeno quindici metri per cinque, copre la distanza che, in superfice, va dalla cappella del gremio dei sarti a quella dei piccapietre. «La nostra intenzione – prosegue il padre guardiano – è quella di raccoglierle per ricomporle degnamente in un ossario, ma l’operazione richiede tempo e l’impiego di dotazioni specifiche visto che l’acqua inonda continuamente il pavimento». Dal primo ambiente si accede a una seconda stanza più piccola attraverso una gradinata che sale di un metro abbondante per sbucare nell’altro cunicolo di ingresso. A una rapida occhiata non sembra ci siano altri resti e nemmeno corridoi che possano far pensare a un’ulteriore ramificazione.



Sarà usato il georadar. Gli speleologi, però, vogliono vederci chiaro, fare un ulteriore sopralluogo per scandagliare con il georadar tutto il sottosuolo della chiesa e capire se possano esserci altri ambienti. L’ipotesi non è remota tenuto conto del fatto che Santa Maria di Betlem sorge su un sito che in antico, almeno dagli anni attorno al Mille, era sede di un convento benedettino, Santa Maria di Campulongu, passato ai francescani duecento anni più tardi, nel 1220. Sulle pareti del sotterraneo ci sono anche delle scritte tracciate con nerofumo o acetilene risalenti, con ogni probabilità, a una delle ispezioni fatte nel passato.



Il futuro. L’auspicio è che l’area possa essere presto messa in sicurezza e valorizzata, non solo per ovvie ragioni di pietà cristiana, ma anche per consentirne la fruibilità a fini turistici. Una risorsa in più che contribuirebbe ad arricchire il valore storico-artistico di un complesso architettonico di grande pregio che, ormai da tempo, attende un accurato restauro. Fra due settimane, gli speleologi faranno un’altra ispezione con l’impiego del georadar che potrebbe rivelare la presenza di altri ambienti nascosti sotto la chiesa dei Candelieri.

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