Referendum sull'Insularità, le ragioni della Sardegna

Una massiccia partecipazione popolare potrebbe contribuire a vincere un'inerzia durata troppo

In occasione del deposito presso la Corte d’Appello di Cagliari, il 27 dicembre, delle 92.000 firme raccolte per il referendum consultivo sull’insularità in Costituzione, si è sottolineato come a questo risultato si sia giunti dopo la promulgazione di quella Carta costituzionale che si vorrebbe oggi integrare con un espresso richiamo a detto principio. Una coincidenza di date, questa, certamente assai significativa, ma che non deve far dimenticare una seconda coincidenza, anch’essa particolarmente significativa: il fatto che la consegna delle firme avvenga 20 anni dopo un altro importante evento, la firma nell’ottobre del 1997 del Trattato di Amsterdam, l’atto nel quale il principio di insularità, che si vuole inserire nella nostra Costituzione, ha trovato un primo, esplicito riconoscimento.

A ben guardare, senza un opportuno richiamo a detto Trattato difficilmente potrebbero cogliersi le finalità dell’iniziativa referendaria, che presuppone si faccia chiarezza su due questioni di fondamentale importanza: da un lato, quali i risultati conseguiti nei vent’anni appena trascorsi per quel che riguarda l’attuazione del principio di insularità; dall’altro, quali i soggetti ai quali sarebbe spettato darvi attuazione. Circa la prima questione, non occorre spendere troppe parole per evidenziare quanto magri siano stati finora i risultati. Significativo è il fatto che solo di recente sia stata decisa l’istituzione di un “Comitato istruttorio”, chiamato ad elaborare un documento da presentare a Bruxelles per il riconoscimento dell’insularità. Un’iniziativa per la verità alquanto tardiva, in quanto adottata dopo che il Trattato di Lisbona, nel 2007, ha considerevolmente attenuato la portata del principio. Quanto alla seconda, si dimentica che, secondo i Trattati, a sovrintendere all’applicazione delle norme sull’insularità sono chiamati sia le istituzioni dell’Unione che gli Stati membri. Questi ultimi devono quindi agire di conseguenza, tanto a livello nazionale quanto in seno alle istituzioni dell’Unione alle quali partecipano.

In tutti questi anni, la Sardegna si è mossa seguendo un indirizzo oscillante. Inizialmente, i contatti sono stati stabiliti soprattutto con la Commissione europea: una scelta, questa, giustificata dalle particolari competenze di cui la Commissione dispone in materia di continuità territoriale, ma che non può far dimenticare che sulla più generale questione dell’insularità è il Consiglio europeo, composto dai capi di Stato e di Governo, cui spettano le decisioni che contano. Con l’iniziativa referendaria di questi giorni, il pendolo va chiaramente spostandosi verso lo Stato italiano: l’inserimento del principio di insularità in Costituzione dovrebbe comportare, come previsto dal quesito firmato da 92.000 elettori, una politica nazionale diretta a compensare i persistenti svantaggi naturali derivanti dall’insularità. Distinguendo il piano giuridico da quello politico, desta qualche perplessità il fatto che si pensi di menzionare in Costituzione le norme dei Trattati europei sull’insularità, quando invece nessun cenno a questi Trattati nel loro insieme figura nella nostra Carta costituzionale. D’altra parte, l’Italia ha già riconosciuto il principio di insularità quando ha ratificato i Trattati europei, e le norme di questi ultimi prevalgono, secondo la stessa Corte costituzionale, anche su quelle della Costituzione, eccezion fatta per i suoi principi fondamentali.

Resta il giudizio sul piano politico, indubbiamente favorevole perché una massiccia partecipazione popolare alla consultazione referendaria potrebbe
contribuire a vincere un’inerzia durata troppo a lungo. Ricordando alle istituzioni dello Stato che la condotta finora osservata non solo contrasta con le legittime richieste della nostra isola, ma confligge altresì con impegni solennemente sottoscritti a livello europeo.



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