La strage Moby Prince: troppi errori e bugie

La verità della commissione su responsabilità e omissioni per i 140 morti Non c’era nebbia e la capitaneria inviò i soccorsi solo verso la petroliera

SASSARI. Morti. Distesi lungo il salone De Luxe, con il giubbotto di salvataggio addosso e i bagagli accanto. Morti. Con la falsa illusione che i soccorsi sarebbero arrivati e li avrebbero salvati. Morti. Mentre tutto intorno le pareti diventavano roventi, e l’aria carica di monossido irrespirabile. I 140 passeggeri della Moby Prince sono stati abbandonati al loro destino, alcuni per oltre un ora e mezzo. Un mix di colpe, errori, bugie, ha tolto la vita a 140 persone. Molti di loro erano sardi. Partiti dal porto di Livorno alle 22,05 sul traghetto della Navarma Lines, diretti a Olbia. Il loro viaggio si fermerà per sempre alle 22,25. Quando la prua della Moby Prince sfonda la fiancata dell’Agip Abruzzo, una petroliera carica di 82mila tonnellate di greggio.

La commissione. Per 27 anni la verità è rimasta avvolta dalla nebbia e da una fitta cortina di bugie e omissioni. Il lavoro della commissione sul disastro della Moby Prince, presieduta dal senatore del Pd Silvio Lai è una sorta di ciclone. Spazza via tante versioni di comodo e mette in evidenza una serie sconcertante di errori e sabotaggi della verità che in 27 anni si sono depositati come polvere. Una tragedia coperta di falsità. La tenacia dei familiari delle vittime e della commissione ora consente di raccontare una storia diversa. Una parte della verità. Perché alcuni punti di questo disastro rimarrà oscura. Ma il lavoro della commissione apre una nuova verità su cui indagherà la Procura.

Il vero. La notte del 10 aprile 1991 non c’era la nebbia intorno al porto di Livorno. Come sostenuto per anni. La visuale era perfetta. La petroliera Agip Abruzzo, carica di greggio era alla fonda in un’area in cui non ci si poteva ancorare. Il Moby Prince ha centrato la petroliera e ha sfondato la cisterna. Alle 22,22 parte il may day: “Moby Prince, siamo entrati in collisione”. È l’inizio della fine. Il traghetto viene inondato di greggio che si incendia quasi subito. Tutta la prua prende fuoco. Impossibile capire perché le due navi siano entrate in collisione. Su questo punto la commissione non è arrivata a certezze.

Il pasticcio. Il vero caos inizia con l’arrivo dei soccorsi. La petroliera riesce ad attirarli su di sé. Chiede aiuto, ma non dice che a finire sulla sua fiancata è un traghetto. Al contrario parla di una bettolina, una piccola imbarcazione. I soccorsi partono dalla capitaneria di porto di Livorno, ma vanno tutti verso la petroliera. I primi arrivano alle 23. E nessuno di loro per lungo tempo riesce a vedere nella notte un traghetto in fiamme.

La Moby resta incastrata per una decina di minuti con la prua in fiamme contro la fiancata della Agip Abruzzo. Il comandante riesce a fare macchine indietro e si disincaglia, ma il traghetto in fiamme rimane invisibile. Il comandante della petroliera non informa i soccorritori che l’impatto era avvenuto contro la Moby Prince. Alle 23,05 dalla petroliera parte una comunicazione. “La nave che ci è venuta addosso è incendiata, ma non so dove si trova. Attenti a non confondere lei per noi”. Un’ora dopo l’impatto il comandante della petroliera, Renato Superina, abbandona con tutto l’equipaggio la nave su una lancia di salvataggio. Tutti i soccorsi inviati dalla capitaneria sono intorno all’Agip Abruzzo. I primi a segnalare la Moby in fiamme sono due ormeggiatori che partono per conto loro. Alle 23.45 comunicano alla capitaneria che la nave in fiamme è la Moby Prince. È passata un’ora e un quarto dall’impatto. Ma la disorganizzazione continua. Il primo rimorchiatore, che di propria iniziativa, prova una manovra di ancoraggio del traghetto in quel momento alla deriva lo fa alle 2 del mattino. Sono passate più di tre ore dallo schianto. I vigili entrarono nel salone De Luxe, l’unico con le porte tagliafuoco, due giorni dopo. I motori del traghetto erano ancora accesi. Si aprirono un varco con la fiamma ossidrica. Recuperarono 140 salme.

Dal lavoro della commissione emerge con chiarezza che la capitaneria “non è riuscita a correlare l’unica nave partita dal porto alla collisione. Non ha valutato la gravità della situazione. La capitaneria si rivelò del tutto incapace nel coordinare l’azione di soccorso verso il Moby Prince”. Un atto di accusa durissimo, che mette in evidenza colpe e omissioni.

Tempo vitale. Ma dalle carte della commissione viene cancellata anche un’altra bugia. Si è sempre sostenuto che il tempo vitale dentro la Moby sia stato di 30 minuti. Ma dalla ricostruzione è emerso che alcuni sopravvissero per oltre un ora e mezzo. Che si provò a domare le fiamme. I passeggeri vennero radunati nel salone De Luxe dall’equipaggio, che eroicamente non abbandonò la nave ma rimase in attesa dei soccorsi. E che, come testimoniano le immagini solo una parte della nave venne investita dalle fiamme. La commissione ha scoperto anche che non venne fatta l’autopsia alle vittime, né gli esami tossicologici. Ci si limitò al riconoscimento dei corpi. Un altro errore. La commissione ha messo in evidenza anche che le indagini sul disastro furono affidate alla capitaneria di porto, che di fatto gestì i soccorsi. “Il documento finale venne firmato da quattro ufficiali. Solo uno era estraneo agli accadimenti del 10 aprile 1991”. E la commissione sottolinea
anche come una piccola procura come quella di Livorno non fosse adatta a gestire un caso così complesso. Una serie di elementi che mostrano in modo evidente come la verità sul disastro della Moby Prince sia molto diversa da quella raccontata per 27 anni dalla versione ufficiale.

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