Pronto soccorso, è guerra tra medici

Clima rovente: ai problemi di sovraccarico di utenti si aggiungono le tensioni nello staff e lo scontro tra giovani e anziani

SASSARI. Il pronto soccorso è la porta d’ingresso della sanità, il primo contatto tra chi sta male e chi deve prendersi cura di lui. Se questo approccio non funziona come dovrebbe, tutto il meccanismo rischia di ingolfarsi. È quello che sta accadendo a Sassari.

Attese. I tempi di attesa, come al solito, sono la cartina di tornasole sulla qualità delle prestazioni erogate in regime di emergenza. Il fatto che gli standard indicati dal ministero della Salute (15 minuti per i codici rossi con pericolo di vita, giallo massimo un’ora, massimo tre ore per i verdi e non più di 4 per i codici bianchi, non vengano lontanamente rispettati, e che la pazienza debba dilatarsi per diverse ore, questa non è una novità. Il copione va avanti da anni.

Guerra tra medici. Ciò che complica la situazione già di per sé insostenibile, è la guerra intestina che si consuma tra lo staff del pronto soccorso. Alle lacune croniche, al sovraccarico di utenti che si rovescia quotidianamente in questo imbuto gratuito della sanità, si aggiunge il mancato lavoro di squadra da parte dei medici. La pressione alla quale sono sottoposti ha reso il clima incandescente, e la tensione si taglia a fette.

Giovani contro anziani. In atto c’è proprio uno scontro generazionale tra la vecchia guardia e le nuove leve, due modi spesso opposti di concepire la gestione del paziente. Da un lato l’esperienza sul campo, vent’anni in corsia ad allenare l’occhio clinico, ad acquisire sicurezza nell’assumersi responsabilità: lei può andare a casa, lei lo ricoveriamo. Tutto nell’arco di una ventina di minuti. E poi il secondo approccio, molto più scrupoloso, ma allo stesso tempo dispendioso e lento. Prima di liberare un utente o trattenerlo, tutto un rosario di accertamenti diagnostici che non lasciano dubbi, ma che “parcheggiano” il malato anche per cinque ore. Dunque due filosofie destinate a cozzare: gli anziani, abituati a trottare al regime tachicardico imposto dall’emergenza. Disposti anche ad assumersi dei piccoli rischi, pur di non ingolfare l’imbuto del pronto soccorso. Dall’altro i più giovani, molti dei quali non formati per i bioritmi dell’emergenza, che invece rivoltano il malato come un calzino, non tralasciando alcun esame.



Sanità ingolfata. Così le statistiche annuali mostrano un quadro di medici che mediamente gestiscono un caso nell’arco di 30 minuti, ed altri che dilatano i tempi di diagnosi a un’ora e mezzo. Cambia anche il tasso di ricovero attribuibile a ciascun medico: la media nazionale si attesta al 20 per cento, ma ancora una volta le statistiche sottolineano la soggettività e la discrezionalità dei medici. A Sassari alcuni su 100 pazienti ne trattengono 19, altri invece stabiliscono ricoveri per oltre il 40 per cento dei casi. E questo genera un effetto domino su tutti i reparti ospedalieri.

Clima insostenibile. Ecco, quando la squadra del pronto soccorso si muove a due velocità e a due metodologie, e non esiste dialogo o cuscinetti, gli ingranaggi inevitabilmente si inceppano. Ci sono gli scontri, l’ambiente di lavoro diventa un inferno, e le prestazioni ne risentono irrimediabilmente. Purtroppo anche per i vertici non è semplice intervenire e ristabilire armonia ed equilibri. Ma il pronto soccorso è davvero una bomba a orologeria.

Basta farsi un giro sui social, e non appena qualcuno posta la sua esperienza al Santissima Annunziata, la bacheca si intasa di altre storie di attese insostenibili e di sanità da terzo mondo.

L’organico. La difficoltosa amalgama dello staff e il mancato gioco di squadra, naturalmente, è solo uno dei fattori che incidono sull’efficienza, e non di certo il principale. E non è nemmeno questione di organico inadeguato: 16 medici, sulla carta, sarebbero sufficienti. Altro discorso per il personale infermieristico: 36 sulla carta, dei quali però diversi in regime 104, alcuni part time e via dicendo.

I problemi cronici. Invece il problema più grosso resta da sempre il mancato filtro dei pazienti da parte delle guardie mediche, che continua a essere irrisolto. Mancano gli apparecchi diagnostici, i medici sono perlopiù specializzandi con scarsa esperienza che, com’è comprensibile, non possono assumersi rischi sui pazienti. Così ogni 10 casi che si presentano in guardia medica, 8 vengono rimbalzati all’ospedale.

In più al pronto soccorso si rovescia di tutto. Dal banale mal di pancia, a quello che non ha voglia di prenotare visite al Cup a pagamento, e preferisce investire dieci ore della sua giornata per un check-up gratuito. Ci sono anche i furbi: quelli che ormai conoscono i protocolli, e sanno che accusare un dolore toracico significa mettere la freccia e superare tutti i codici verdi.
 

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