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Il dramma dei 30 licenziati Aico: scade la mobilità, finiscono gli aiuti

Dalla fine di marzo 2018 gli operai dello stabilimento di Cargeghe non avranno futuro

SASSARI. In questa lunga odissea, nella quale si specchia una fetta della forza lavoro dell’isola, conviene partire dalla fine. E l’ultimo capitolo è proprio oggi: Giovanni Maria Carta, 63 anni, 42 di contributi, sposato, due figli, tra una settimana si ritroverà senza un euro di retribuzione. Assieme a lui, nella stessa barca alla deriva, altri 30 colleghi. Perché per i dipendenti della Aico, o della Aicop di Cargeghe, che fabbricava manufatti in cemento armato per realizzare capannoni industriali, si chiudono definitivamente i rubinetti degli ammortizzatori sociali. Tra vertenze, occupazioni, bandiere che sventolano, e teste chine per disperazione, ne hanno usufruito dal 2010, in tutte le declinazioni possibili. Prima cassa integrazione ordinaria, poi straordinaria e infine mobilità. «Siamo dal 2009 che non lavoriamo – dice Giovanni Maria Carta – e la nostra è una vicenda emblematica di mortificazione professionale e umana. Risorse buttate, famiglie senza un futuro, e operai che adesso non avranno più mezzi per andare avanti. In tutti questi anni abbiamo inondato di curriculum qualunque azienda, ma dei 77 licenziati solo uno, e sottolineo uno, è riuscito a trovare una nuova occupazione. Altri tre sono stati assunti a tempo determinato per una manciata di mesi. Tutti gli altri a elemosinare lavoretti saltuari e in nero. Perché se hai una famiglia sulle spalle, e un mutuo da pagare, con 750 euro al mese non riesci a sopravvivere».

La storia. Tutto ha inizio nel 2001. L’imprenditore Nicolino Brozzu di Castelsardo decide di acquistare la Aico srl, che produce prefabbricati in cemento armato. I dipendenti sono 68, tra i quali anche Giovanni Maria Carta, ai quali poco dopo si affiancano i 15 della società gemella da lui creata, la Aicop, che invece ha sede a Castelsardo. «Sino al 2006 abbiamo lavorato a Predda Niedda – racconta Carta – e gli affari andavano bene. Era il periodo di espansione della zona industriale, avevamo moltissime commesse». Nel 2007 la Aico trasloca a Cargeghe, dove viene realizzato un capannone da 30mila mq. «Ci raggiungono anche gli operai della Aicop, e il loro caposquadra diventa anche il nostro capo». A quel punto la situazione si ingarbuglia: «Brozzu nell’ottobre del 2008 decide di affittare un ramo d’azienda, cioè affitta per sei anni la Aico alla Aicop. Io che all’epoca ero rappresentante Cisl dei lavoratori, mi oppongo, ma i vertici del sindacato portano avanti la procedura. Alla fine, con le spalle al muro, firmiamo l’accordo».

La crisi. Si lavora per tre mesi e poi subentra lo stato di crisi. Infatti sono gli anni in cui Nicolino Brozzu era in trattativa con Carrefour per la vendita dell’attuale centro commerciale Tanit. Ma l’affare, che era praticamente chiuso, si era arenato per impedimenti urbanistici e autorizzativi da parte di Comune, Regione e associazioni di categoria. All’imprenditore salta un business colossale, si espone con le banche, deve coprire le fideiussioni con i propri capitali, e va in sofferenza economica.

I licenziamenti. L’effetto domino ricade su Vibrocementi, Coinsar, Cbs, Ispes, insomma su tutte le sue società, comprese Aico e Aicop.

«Dal 2009 smettiamo di lavorare e nell’aprile del 2010 viene chiesta la cassa integrazione ordinaria per la Aico. Non c’era però un piano di rientro, e io ero molto scettico. Ma i dipendenti erano disperati e anche i vertici Cisl erano per la firma. Quindi ancora una volta accettiamo».

Gli ammortizzatori. Nel 2011 termina la cassa integrazione ordinaria, e si passa alla misura straordinaria.

«Nel 2013 un altro passaggio complica ancora il nostro destino: l’Aico ci licenzia e ci assume l’Aicop, in pratica c’è una cessione del ramo d’azienda». E nel 2014 l’Aicop apre la procedura di mobilità. «Io e gli altri colleghi abbiamo contestato duramente questo iter, perché per noi era illegittimo. Primo perché non c’era il consenso dei dipendenti sulla cessione, e poi perché l’Aicop non poteva mettere in mobilità un ramo di azienda in affitto».

Insomma, i lavoratori volevano rimanere in Aico. «Ma i vertici Cisl, forzano la mano, ci estromettono dal sindacato e firmano con Cgil e Uil il verbale di accordo sulla mobilità».

L’epilogo. Il 31 marzo 2015 Giovanni Maria Carta si ritrova in mobilità: «Io che supero i 55 anni ho goduto degli ammortizzatori per 3 anni, chi ne ha 45 per 2, chi ha 30 anni ha avuto un solo anno di aiuti. E infatti la metà dei miei colleghi è già da diverso tempo senza un euro di stipendio, e senza alcuna prospettiva occupazionale». Chi chiede aiuti alle famiglie, chi sopravvive nel sommerso, ma per una cinquantina di famiglie la vita è tutta in salita. «La speranza è di non venir abbandonati – dice Carta – e che l’assessore al Lavoro voglia ancora incontrarci».