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La Pasqua dei minatori è ancora buia

Il sit-in a -80 metri dei tredici operai non si ferma per le feste, ma si danno il cambio per trascorrere un giorno in famiglia

OLMEDO. Per una volta vogliono stare dall’altra parte della barricata, non davanti al microfono ma dietro. Per una volta le domande voglio rivolgerle i minatori. «E la domanda giusta non è come avete trascorso la Pasqua – dice Leonardo Meloni – la domanda pertinente sarebbe un’altra: è normale che tredici persone debbano trascorre la Pasqua e la Pasquetta qui sotto? È giusto che solo noi dobbiamo trascorrere una giornata di merda, lontano dagli affetti, mentre chi ha in mano il nostro destino magari è seduto a tavola, sereno, con la famiglia?».

La Pasquetta è nell’aria, un po’ come questa brezzolina di primavera, ma è un venticello di pace che non riesce a infilarsi sin dentro le viscere della terra. A meno 80 metri, festa o non festa, il buio ha sempre la stessa densità. Ma anche nel profondo di questi minatori di Olmedo, nella pancia e nell’anima, c’è un’oscurità impermeabile all’ottimismo e alla spensieratezza. A pensarci sono gli unici operai in trincea anche durante la Pasqua.

Si sono dovuti dividere a metà tra le loro famiglie. Da una parte quella vera, fatta di casa, moglie, figli, parenti. Dall’altra la miniera, la loro seconda famiglia, fatta di fratelli non di sangue ma di destino.

«Abbiamo fatto una sorta di staffetta – racconta Luca Cadoni – ci siamo divisi in due gruppi. Sei di noi hanno scelto di trascorrere a casa la giornata di Pasqua, e poi hanno dato il cambio agli altri sette colleghi che invece hanno presidiato il giacimento la Pasquetta».

«Non ce la siamo sentiti di chiedere alle nostre famiglie di raggiungerci e stare con noi durante questi due giorni – dice Emilio Fois – non sarebbe stato giusto nei loro confronti. Stanno facendo enormi sacrifici per stare dalla nostra parte, ma è normale che per loro sia difficile accettare un simile stillicidio e un’agonia senza fine: che un padre stia lontano dai propri figli e dalla propria moglie per portare avanti una battaglia che a distanza di anni non ha dato alcun risultato concreto». La miniera può avere due facce, dunque. Per chi ci lavora da una vita è un ventre materno, qualcosa capace di offrire ancora vita, nutrimento e futuro. «Anche se le speranze, dopo tante delusioni, sono ridotte davvero al lumicino». Ma per gli altri sta diventando una sorta di buco nero che assorbe solo energie, tempo, serenità, affetti.

La Pasqua e la Pasquetta con il caschetto in testa sono due giorni di ordinaria monotonia. «Le ore sono trascorse esattamente come gli altri giorni – dicono i minatori – forse con un po’ di amarezza e malinconia in più, perché il senso di frustrazione e ingiustizia è normale che in occasioni come queste bussi più forte».

Anche il menù per le feste non cambia: «Da casa ci hanno portato un po’ di agnello, ma soprattutto affettati e formaggi. Abbiamo mangiato alla sarda, come in tutti questi mesi di occupazione delle gallerie».

Domani per gli operai, molti dei quali ormai senza nemmeno un euro di ammortizzatori sociali, con la mobilità esaurita da gennaio, sarà una data cruciale, un nuovo bivio per il futuro. A Cagliari è previsto l’incontro tra i rappresentanti sindacali e gli assessori regionali all’Industria e al Lavoro per la firma della bozza sull’accordo. In ballo c’è l’eventuale ricollocazione degli operai senza lavoro, che potrebbero prendere servizio nelle operazioni di manutenzione e messa in sicurezza del giacimento di bauxite. Si tratterà di un impiego a tempo determinato, ma di una parentesi di circa otto mesi che almeno potrebbe garantire uno stipendio.

La partita che invece riguarda la ripresa
produttiva della miniera è molto più complessa e, purtroppo, non lascia più spazio a grossi slanci di ottimismo.

Dentro il loro tunnel, i minatori, però hanno sempre gli sguardi rivolti verso la luce. È Pasqua, e in fondo anche loro sperano in una resurrezione.



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