Inchieste sulle vie ferrate sarde Conca difende Giorrè e Cabiròl

L’esperto rocciatore destinatario dei rilievi delle guide alpine contesta le accuse mosse dalla Procura Per il Conagai i percorsi di Cargeghe e Alghero sono pericolosi: «Nessuno si è mai fatto un graffio»

SASSARI. Chi ha mai fatto un’arrampicata in Sardegna lo conosce. Chi è stato sulla via ferrata del Cabiròl, idem. Insomma, non bisogna essere un detective per capire che è lui il destinatario dei rilievi del Conagai, il Collegio nazionale delle guide alpine, autore di una articolata relazione sulle vie ferrate del Giorrè, a Cargeghe, e del Cabiròl, ad Alghero, nel Parco naturale regionale di Porto Conte, da cui sono scaturite indagini della guardia di finanza di Sassari e inchieste della Procura.

Corrado Conca, però, non ci sta e ribatte punto per punto alle affermazioni contenute nei documenti che il Conagai ha reso pubblici anche sul proprio sito e alle dichiarazioni di Stefano Michelazzi, guida alpina, consigliere del Conagai e responsabile della Commissione abusivismo. «Un anno fa il Cabiròl è stato collaudato da un ingegnere convocato da me come perito di parte e uno dei vigili del fuoco – dice Conca – ma non è emersa alcuna criticità». E ancora. «Quella via ferrata l’ho realizzata io nel 1999, quando ancora non c’era una regolamentazione che lo vietasse», precisa. «L’ho fatta io e mi sento in qualche modo responsabile, continuo a sostituire gli ancoraggi man mano che invecchiano e assicuro le condizioni di sicurezza», sottolinea. «In diciotto anni non è mai successo nulla, neanche un graffio a un ginocchio». Conca non vuole polemizzare, ma fornire il suo punto di vista su una questione di estrema attualità. «Questi beni appartengono al territorio, la ferrata del Giorrè esisteva già prima che in Sardegna si praticasse l’attività – insiste – quel percorso c’è, è stato ereditato, mi occupo della sua manutenzione». Tornando al Cabiròl, Corrado Conca precisa che «è un’attrazione frequentata da 3mila persone all’anno e in 18 anni nessuno si è mai graffiato un ginocchio, non mi sembra un posto pericoloso». Più in generale, «il Pai della Regione è del 2006, e si sovrappone a tutto ciò che già esisteva – spiega ancora – non si possono fare installazioni nuove, ma quanto già c’era va regolarmente mantenuto, non c’è retroattività, bisogna responsabilmente attivarsi, specie in zone turistiche, per mitigare e prevenire i rischi derivanti dalle frane, tenendo le aree sotto monitoraggio». Anche perché «l’alpinismo si fa in parete verticale, ed è tutto a rischio idrogeologico – afferma – perciò è un controsenso che lo dica il Conagai». Ma non è la sola affermazione che non lo convince. «In Sardegna, esagerando, ci sono dieci vie ferrate, nelle Dolomiti ce ne sono 351», è il calcolo con cui Conca risponde all’affermazione secondo cui nell’isola e nell’area dolomitica c’è lo stesso numero
di ferrate, intorno alle 25. Ultima riflessione. «Chi ha realizzato le due vie ferrate, cioè io, ha l’abilitazione per l’esecuzione di lavori su funi – conclude Conca – mi è stata rilasciata dallo stesso Conagai ed è l’unico titolo richiesto, non c’è nessuna esclusiva in capo a loro».

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