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Castelsardo, dall'archivio le orazioni scritte nell'800 per chi non conosceva il latino

I preziosi testi riemersi della Confraternita dell’Oratorio di Santa Croce. Le invocazioni sono di autore anonimo

CASTELSARDO. C'è un momento, nel Lunissanti castellanese, quando gli "apostoli" incappucciati, arrivano a Nostra Signora di Tergu ed offrono alla Vergine i “misteri”, gli strumenti della passione e morte del Cristo. In quel momento si recita un'invocazione alla Vergine che è, al contempo, anche una descrizione del “mistero” a vantaggio del popolo adorante.

Anticamente, questa invocazione avveniva in castellanese per essere meglio recepita dai fedeli, per la maggior parte non in grado di intendere il latino, lingua della liturgia. Nessuno dei viventi ha però memoria di questa procedura, ma ora una nuova scoperta ha portato alla luce le antiche carte. Le invocazioni scritte in castellanese, probabilmente redatte da un canonico del prestigioso Capitolo della Cattedrale, sono state infatti recentemente rinvenute nell'archivio della Confraternita dell’Oratorio di Santa Croce ed, utilizzate quest’anno, per la prima volta dopo secoli, nel corso della cerimonia del Lunissanti. La decisione è stata condivisa dal priore, Roberto Fiori, dal Consiglio della Confraternita, dal cappellano don Pietro Denicu e dal il parroco di Tergu, don Giampaolo Raffatellu.

Mentre gli incappucciati offrivano alla Madonna, tramite le mani del sacerdote, i simboli che rievocano la Passio Christi, il castellanese don Santino Cimino ha letto le antiche invocazioni, mentre don Pietro Denicu, parroco della Cattedrale presentava i “misteri” alla Madonna.

«La stesura del testo risale alla fine del Milleottocento – racconta il priore Roberto Fiori –. Siamo riusciti a risalire alla data per via dell'elenco dei confratelli, portatori dei misteri, iscritti e frequentanti in quel periodo». «L’anonimo autore descrive con enfasi e sentimento le dolorose azioni compiute dai soldati romani per portare a termine il cruento sacrificio di Cristo sulla croce – afferma don Cimino – pur se scritte in dialetto, si tratta di orazioni e spiegazioni, ricche di un alto contenuto teologico, ma pienamente comprensibili da tutto il popolo di Dio, allora costituito prevalentemente di analfabeti».

Il testo rinvenuto comprende anche il canto dell’“Attittu” e lo spartito, scritto a mano, delle musiche. «Viene descritto dettagliatamente anche lo svolgimento della processione del Lunissanti che – sottolinea con orgoglio il priore – nonostante il passare dei secoli, è rimasta immutata e di cui la confraternita ne é, gelosa ed orgogliosa custode». Insieme al testo in castellanese, è stato ritrovato anche un quaderno, con la traduzione in italiano compiuta, in tempi recenti, probabilmente alla fine degli anni ’60, dal canonico Costantino Borrielli, arciprete del Capitolo. Curiosamente la traduzione non rispecchia fedelmente le precedenti orazioni in castellanese. Sono infatti stati eliminati termini popolari e teatrali, allora utilizzati per far meglio intendere la tragicità del momento, o termini “aboliti” dopo il Concilio, tra cui “perfidi” o “cani rabbiosi”, riferiti agli ebrei e ai romani che hanno crocifisso Gesù.