Il giallo di Nughedu, l’arrestato non parla

Francesco Puddinu, a Bancali dopo aver ridotto in fin di vita l’amico Pedranghelu, non risponde al gip

NUGHEDU SAN NICOLÒ. Ha ritenuto fosse prematuro, nell’ottica di una successiva strategia difensiva, rispondere alle domande del giudice per le indagini preliminari. E così Francesco Puddinu – d’accordo con il suo avvocato Angelo Merlini – ha scelto il silenzio, avvalendosi di un diritto previsto dalla legge.

Ci si aspettava che l’operaio 47enne dell’agenzia Forestas – in carcere da mercoledì scorso – potesse finalmente spiegare cosa accadde quel sabato di fine marzo a Nughedu San Nicolò. Ma la sua ricostruzione dei fatti è rimandata.

L’uomo è accusato di aver investito e abbandonato in un dirupo Giovanni Antonio Pedranghelu, un compaesano di 36 anni che, poche ore dopo essersi risvegliatosi dal coma, aveva raccontato ai carabinieri di esser stato schiacciato da un’auto e poi gettato in una scarpata. Non aveva da subito indicato il nome di Puddinu ma poi i ricordi si erano fatti più nitidi e aveva ricostruito gli ultimi momenti di quella serata. Era uscito dal bar del paese con Puddinu, era salito nella sua auto e insieme erano andati nella campagna dell’operaio per prendere del vino. Giovanni Antonio era sceso dalla macchina per aprire il cancello ed era stato travolto. Fin dall’inizio gli inquirenti hanno ipotizzato che si fosse trattato di un investimento involontario e che Puddinu, anziché aiutare l’amico, credendolo morto lo avesse gettato da un muretto. Pedranghelu era stato trovato quasi in fin di vita qualche ora dopo da un altro compaesano che aveva chamato i soccorsi. Era stato trasportato in ospedale con 24 fratture e un polmone perforato, escoriazioni in tutto il corpo. Era stato in coma faramacologico per un po’ e al risveglio aveva riferito ciò che ricordava. Tanto era bastato perché la Procura di Sassari indagasse in un primo momento il 47enne per lesioni aggravate. Poi l’arresto con ipotesi di reato che vanno dalle lesioni stradali colpose aggravate dalla guida in stato di ebbrezza, all’omissione di soccorso e alle lesioni ulteriori causate dallo spostamento del corpo. L’avvocato Antonio Secci, che assiste la famiglia Pedranghelu, ha da sempre sostenuto che il suo assistito fosse stato prima investito e poi trascinato e gettato nella scarpata volontariamente. Ma per il pm non esistono elementi che possano avallare la tesi del tentato omicidio.

«Puddinu ha deciso per motivi di opportunità processuale di avvalersi della facoltà di non rispondere al gip di Sassari» ha spiegato l’avvocato Angelo Merlini. «Concordo con questa decisione non solo
per il motivo già indicato ma anche – aggiunge provocatoriamente – per poter consentire che i numerosi processi mediatici che si sono aperti dovunque possano essere celebrati in tutta tranquillità, senza l’inutile appesantimento della presenza di alcuna tesi difensiva». (na.co.)

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