«L’ho ucciso e il suo ricordo mi assilla»

Il reo confesso Bigella in aula: ho ammazzato Marco Erittu a mani nude su ordine di Vandi. Ma il senso di colpa mi tormenta

SASSARI. «La sua faccia, quell’espressione che aveva, mi assilla ogni notte, nessuno può capire. L’ho ucciso a mani nude. Sparare è un conto, ammazzare a mani nude è un altro, ti resta addosso...Non riuscivo più a convivere con il senso di colpa».

Il pentito in aula. Sono parole che spiazzano quelle che Giuseppe Bigella pronuncia davanti ai giudici della corte d’assise d’appello di Sassari. Fu lui, nel 2011, da una cella del carcere di Voghera, a raccontare agli inquirenti di aver ucciso, nel 2007, il detenuto Marco Erittu su ordine di Pino Vandi. E di averlo fatto con la collaborazione di un altro detenuto, Nicolino Pinna, e grazie alla complicità dell’agente di polizia penitenziaria Mario Sanna. Fu con la sua testimonianza che si riaprì un caso che 4 anni prima era stato archiviato come suicidio. Marco Erittu all’epoca era rinchiuso nel carcere di San Sebastiano e più volte era stato protagonista di atti di autolesionismo. Per questo quando il 18 novembre del 2007 fu trovato senza vita nella sua cella con una corda stretta al collo legata alla testiera del letto tutti pensarono che si fosse ucciso.

La confessione del 2011. Ma poi arrivò Bigella, un detenuto già condannato a 30 anni per aver ucciso a coltellate la gioielliera Fernanda Zirulia durante una rapina nel suo negozio di Porto Torres, il 2 luglio 2005. Bigella, con le sue dichiarazioni, fece riaprire il caso sulla morte di Marco Erittu. Una confessione che mandò a processo con l’accusa di omicidio tre persone e altre due (agenti di polizia penitenziaria) per favoreggiamento. Tutti e cinque gli imputati in primo grado sono stati assolti, tra le altre cose i giudici avevano considerato il pentito assolutamente inattendibile.

Bigella è tornato a Sassari. Ora però, nel processo d’appello, finora ricco di colpi di scena, il sostituto procuratore generale Gian Carlo Moi ha chiesto e ottenuto dalla corte d’assise d’appello che Bigella venisse risentito. E lui, che per l’omicidio Erittu è stato già condannato in abbreviato a 14 anni, ieri mattina è comparso in aula. Capelli molto corti, qualche chilo in più, ha chiesto di non essere ripreso dalle telecamere di “Un giorno in pretura” che stanno registrando tutto il processo. Rispondendo alle domande del presidente Plinia Azzena ha ripercorso passo dopo passo tutto quello che accadde quel 18 novembre di undici anni fa nel carcere di San Sebastiano.

«Così ho ucciso Erittu». «Posso ripetere ogni gesto che ho fatto quel giorno, potete chiamare tutti i periti che volete, torniamo in quella cella e vi faccio vedere...» dice Bigella ai giudici mentre racconta gli accordi con Pino Vandi: «Disse che Erittu non doveva arrivare al lunedì successivo, perché quel giorno avrebbe dovuto parlare con delle persone». L’ipotesi dell’accusa è che Erittu sapesse qualcosa sul passato di Vandi e che volesse riferire tutto agli inquirenti. «Pino mi ha chiesto di ammazzarlo ma gli ho detto che non sarebbe stato facile, mi rispose che mi avrebbe aiutato Nicolino Pinna». Il trasferimento di Erittu in una cella liscia (dove vengono rinchiusi i detenuti a rischio suicidio) rese tutto più semplice: «Sì, perché lì era solo. Lui si sentiva minacciato, voleva andare via da San Sebastiano, urlava e continuava a minacciare di farsi del male. Per questo lo trasferirono. E a quel punto si è deciso di intervenire. Alle 12 ha preso il turno Sanna, mi sono avvicinato alla cella di Vandi e mi disse che lo avremmo fatto quel giorno. “Ti apre lui” mi disse rivolgendosi a Sanna che ci guardò e annuì. Vandi aggiunse anche che doveva sembrare un suicidio, avrei deciso io come farlo, sarebbe stato meglio simulare un’impiccagione ma se qualcosa fosse andato storto gli avrei tagliato la gola».

I macabri dettagli. E a seguire tutti i particolari: «Io e Pinna avevamo due taglierini, uno serviva per tagliare la striscia di coperta e poter così simulare l’impiccagione. Il patto era che fossi io a uccidere. Abbiamo indossato i guanti, io avevo una busta di cellophane per soffocarlo. Pinna lo teneva fermo, io gli ho bloccato la testa con l’avambraccio e l’ho soffocato con la busta, ha anche rigurgitato. A quel punto sono andato via e ho lasciato Pinna lì a simulare il suicidio. Ho fatto cenno a Vandi che era tutto a posto e sono tornato in cella».

Le ragioni del “pentimento”. Freddo, preciso, un racconto senza sbavature, cinico. «Perché lo ha ucciso?» è la domanda della presidente. «Volevo solo vivere bene in carcere, e chi era amico di Vandi stava bene. Sapevo che avrei dovuto vivere lì dentro, avevo una condanna a 30 anni». E subito dopo l’altra domanda del giudice: «E perché a un certo punto ha deciso di parlare?». Risposta: «Certo non per avere sconti di pena. Ditemi quali benefici ho ottenuto io. Sono tagliato fuori dal mondo, un reato commesso in carcere è molto più grave di uno commesso fuori. Ho perso l’indulto, faccio un colloquio all’anno. La verità è che la faccia di Erittu mi tormenta.
Io ero una persona priva di qualsiasi scrupolo, lo ammetto. Ho ucciso quella donna di Porto Torres e meritavo l’ergastolo, infatti non ho mai chiesto niente. Ma con Erittu è stato diverso, non mi esce dalla testa. E non volevo che la famiglia potesse pensare che lui si fosse ucciso».

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