Siligo, terra di grandi artisti

Il paese vanta anche un ricco patrimonio archeologico Il problema è la fuga dei residenti: ora sono meno di 900

INVIATO A SILIGO. La ricchezza di Siligo non è nelle antiche cave, nei beni archeologici o architettonici. E neppure nelle produzioni agroalimentari ed enogastronomiche. La ricchezza di Siligo è nelle persone che hanno dato lustro al piccolo centro del Logudoro: nomi che incombono anche un po’ di timore con Maria Carta, Gavino Ledda, il pittore e scultore Filippo Canu, artisti e letterati di fama internazionale. Senza scordare poi che l’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga era di origine silighese per parte di madre. Con tale biglietto da visita, arricchitosi ulteriormente in questi decenni, Siligo non poteva puntare che sulla conservazione e la valorizzazione del patrimonio culturale.

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A pochi chilometri da Sassari, ma anche a quaranta minuti d’auto da Alghero e poco più da Olbia, Siligo è in una posizione geografica fortunata, facilmente raggiungibile anche grazie alla più importante strada della Sardegna, la «131» che sfila ai piedi della collina di Su Runaghe, dominata da una statua del Cristo. E dire che il paese può contare su un cospicuo patrimonio storico architettonico, costituito da oltre venti nuraghi o di quello che ne rimane, e una dozzina di chiese o complessi religiosi (urbane e campestri), alcuni delle ridotti a ruderi. Fra le chiese oltre le mura, spicca il complesso di Mesumundu, costruito in epoca bizantina (fine del VI secolo) sui resti di un edificio termale romano del II secolo e modificato dopo il 1065, secondo alcuni storici, dai monaci Benedettini di Montecassino. Degna di nota, anche per la posizione che occupa, la chiesa dei santi Elia ed Enoch: costruita sulla sommità del monte Santu e modificata dopo il 1065 sempre dai monaci Benedettini. Particolarmente suggestivo, poi, l’oratorio di Santa Rughe (Santa Croce), che si affaccia sulla principale strada del paese. Poco più che una cappella, con uno stile esterno tipicamente romanico ma che all’interno ricorda il coloniale-spagnolo. L’oratorio custodisce uno splendido Cristo del XVII secolo, recentemente restaurato dalla Soprintendenza.

Ma Siligo guarda anche all’attualità, se non al futuro: lo scorso anno ha portato a termine - e a tempo di record - la piscina comunale, frequentatissima in quel breve lasso di tempo consentito dalle condizioni meteorologiche mentre il centro culturale ospita un planetario meta della visita di numerose scolaresche.

Eppoi il patrimonio culturale legato a Maria Carta e Gavino Ledda. Quest’ultimo, scrittore e poeta, ha un grande cruccio: dopo il successo letterario e cinematografico di “Padre Padrone”, sperava di salvare i sei ettari di Baddhefrùstana, quella porzione di campagna silighese dove il piccolo Gavino curava il gregge del padre. Invece prima un devastante incendio, la scarsa attenzione della politica, hanno fatto fallire il progetto che mirava a creare un parco letterario.

Altrettanto dirompente la figura di Maria Carta, artista poliedrica che spaziava dalla cinematografia (difficile dimenticare la sua interpretazione di Maria nel “Gesù” di Zeffirelli), alla poesia con il libro “Canto Rituale”, definito lo “spoon river” della Sardegna, e al canto sardo che l’ha resa famosa in tutto il mondo. Una figura gigantesca, quella di Maria Carta tanto che lo scrittore Giuseppe Dessì arrivò a dire che «persone come lei e come Grazia Deledda confermano che gli uomini più importanti della Sardegna, sono donne», una cantante che interpretava secondo Ennio Morricone «canti belli, drammatici e magici». Una figura alla quale è stato dedicato un museo che lo scorso anno è stato visitato da tremila persone e che la famiglia cura con grande attenzione.

Il problema di Siligo, comune a tantissimi centri dell’interno, è lo spopolamento. Che il Comune prova a combattere aiutando in maniera concreta le giovani coppie che decidono di trasferirsi a Siligo. Con il vantaggio di poter vivere in un tranquillo e piccolo centro con quasi tutti i servizi ma a pochi minuti dalla grande città. Eppoi i silighesi conservano con cura quasi maniacale il loro paese, con le piccole case che si affacciano su slarghi e piazzette pulitissime. Un’oasi di pace che dista dalla «131» poco più di tre chilometri.
 

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