Stalking, troppe vittime subiscono in silenzio

Gli esperti: denunce in aumento ma ancora non basta. Perdonare l’aguzzino? È rischioso  

SASSARI. È una eccezione, quasi una mosca bianca. La donna oristanese a processo per stalking e molto altro nei confronti dell’ex marito e della nuova compagna, rovescia la prospettiva che vede l’uomo vestire quasi sempre i panni dell’aguzzino. Molestatore, persecutore, incubo per la sua vittima, nella maggior parte dei casi ex moglie o fidanzata, amante oppure amica o collega di lavoro. I casi sono in aumento, o meglio è cresciuto il numero di quelli emersi grazie alle denunce: ma il problema principale dello stalking – dicono gli esperti – è il mancato riconoscimento del reato.

Spesso la vittima non sa di esserlo, non si rende conto che dietro le continue telefonate, messaggi, pedinamenti, c’è un reato perseguibile penalmente. Le statistiche dicono che le denunce sono aumentate del 33% dal 2010 al 2016, ma un enorme numero di vittime – 90 su 100 sono donne – continua a subire in silenzio. Ma quando una donna decide di sollevare la testa e sporgere denuncia, non torna indietro. Il perdono, quando di mezzo c’è uno stalker, non è quasi mai contemplato.

Un’altra occasione la danno le donne – o gli uomini – perseguitati o abusati dalla persona di cui nonostante tutto continuano ad essere innamorati. Il perdono è presente nelle vicende di violenza di genere, all’interno di un nucleo familiare. È la donna a dare una seconda e terza possibilità, spesso sbagliando e arrivando poi a pentirsi. In presenza di atti persecutori – meglio conosciuti come stalking – cambia la prospettiva.

«Per due motivi – dice Silvana Migoni, presidente dell’associazione Donne al traguardo –: quando lo stalking riguarda una coppia che ha cessato la relazione affettiva, la parte lesa non perdona più niente. Quando invece riguarda due persone tra le quali non intercorre una relazione affettiva, il perdono viene considerato solo se motivato dalla paura di ulteriori atti aggressivi. Diversamente, niente perdono, anzi».

Ecco perché ha suscitato grande stupore la vicenda raccontata alcuni giorni fa sulle pagine della Nuova Sardegna relativa a un processo per stalking in corso in tribunale a Sassari. La particolarità è che vittima e persecutore sono fidanzati: lei tempo fa l’aveva denunciato raccontando di essere esasperata da lui, dalle sue telefonate e dalle sue minacce, poi però i due si sono riavvicinati al punto che oggi vivono una felice storia d’amore. Ma il processo, così prevede la legge sullo stalking, non può fermarsi: si va avanti, così ha stabilito il legislatore, per tutelare tutte le donne costrette a perdonare e condannate per questo a subìre altri abusi.

«Quello di Sassari è un caso eccezionale – dice Silvana Migoni – è raro che la vittima possa dimneticare gli atti compiuti dallo stalker, spesso davvero molto violenti e opprimenti. Si va dal pedinamento e al pressing con telefonate continue, fino ai sabotaggi dell'auto, le mazzate, gli atti intimidatori. La persona precipita in un incubo in cui sente di avere perso la propria libertà: per questo è poco incline a perdonare». Anche perché la personalità dello stalker è piuttosto problematica e complessa: «È una persona che pensa di non poter vivere senza seguire ogni passo della vittima delle sue attenzioni».

E spesso ci ricasca. Perdonando uno stalker bisogna mettere in conto che la sua natura morbosa può riemergere e per cercare di evitarlo bisogna rinunciare ai propri spazi a alla propria libertà: «Uno stalker non cambia così, da un momento all'altro, per amore o per paura del carcere». C’è chi, dopo quattro anni e mezzo

in cella, ritorna alla carica, più minaccioso di prima: è una storia vera, una delle tante seguite dalle associazioni. È un ex marito che nonostante il carcere non riesce a stare lontano dall’ ex moglie e ha deciso di continuare a tormentarle l’esistenza.


 

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