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Arvisionadu, il vino che fece impazzire Veronelli

L’antichissimo vitigno autoctono è stato strappato dall’estinzione da un gruppo di produttori locali 

BENETUTTI. Il celebre enologo Luigi Veronelli, brindando a Benetutti 50 anni fa, ne rimase ammaliato. E scrisse che «è disposto a concedersi solo a chi aspira alla sua anima oltre che al suo corpo». Da allora però, ha quasi rischiato di estinguersi. Perché è un vino antico quanto difficile, più da meditazione, tanto da sembrare quasi uno cherry. Ma è un tesoro raro e potrebbe dare un futuro a una terra complicata come il Goceano.

Si tratta dell’Arvisionadu, l’antichissimo vitigno autoctono che la comunità dei benetuttesi sta strappando dall’estinzione. Una vera e propria perla enologica per versatilità e caratteristiche organolettiche. In botte, con particolari lieviti, può diventare un vino da dessert (si chiama “florizzazione”, un particolare processo possibile solo per altri due vini sardi: Malvasia e Vernaccia). A dargli nuova vita alcune cantine private, su tutte la Cantina Arvisionadu, messa in piedi nel 2013 da due amici e colleghi, entrambi medici, amanti del buon vino: Pino Mulas e Angelo Taborelli. E soprattutto un piccolo gruppo di appassionati, che ha recentemente fondato la Confraternita dell’Arvisionadu, guidata da Giampaolo Sanna, nata con il fine di tutelare un vitigno a cui si riconosce il ruolo di testimone della più antica tradizione enologica sarda, già presente in epoca nuragica.

L’associazione, che al momento conta quattordici soci, organizza ormai da qualche anno la manifestazione Arvisionende in chintina che promuove, grazie ad un confronto con enologi ed agronomi, la formazione dei viticoltori locali e mira a richiamare nuove attenzioni sull’Arvisionadu.