Omicidio ad Alà dei Sardi, il padre dell'assassino: «Mio figlio provocato e offeso»

Parla il padre del 27enne accusato di aver ammazzato Pietro Nieddu

SASSARI. Provocazioni e aggressioni verbali da parte della vittima «alle quali mio figlio non rispondeva mai. Anzi, spesso rientrava a casa proprio per evitare che la situazione degenerasse». A parlare davanti al gup di Sassari Carmela Rita Serra è il padre di Antonio Baltolu, il ventisettenne di Alà dei Sardi in carcere per l’omicidio del compaesano Pietro Nieddu, di 47 anni. Era stato un colpo di pistola al volto – al culmine di un furibondo litigio – a uccidere il 9 aprile dell’anno scorso ad Alà l’allevatore. L’omicida – pastore anche lui – si era consegnato poche ore dopo il delitto ammettendo la propria responsabilità.

Il pubblico ministero Cristina Carunchio aveva escluso la premeditazione a carico dell’imputato mentre era rimasta in piedi l’aggravante dei futili motivi. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, Pietro Nieddu venne infatti ucciso subito dopo un litigio scaturito da una partita a “braccio di ferro”. Tutto era successo intorno alle tre del mattino di fronte al bar del paese, in piazza del Popolo. Il locale a quell’ora stava per chiudere e tra i due compaesani era cominciata una animata discussione che era poi degenerata in una tragedia.

Gli avvocati Lorenzo Galisai e Sergio Milia – che difendono Baltolu – nell’ultima udienza avevano formalizzato davanti al giudice la richiesta di rito abbreviato condizionato all’audizione del padre dell’imputato. In controprova il pubblico ministero aveva chiesto e ottenuto di sentire il comandante dei carabinieri della stazione di Alà dei Sardi, Maurizio Auteri. L’obiettivo era quello di capire che tipo di rapporto intercorresse tra Nieddu e Baltolu – e tra le rispettive famiglie – prima del delitto (i fratelli e il padre della vittima si sono costituiti parte civile con l’avvocato Sebastiano Chironi). E per questo sono stati citati da una parte i parenti di Baltolu e dall’altra il maresciallo di Alà che durante gli anni al comando della stazione ha avuto modo di conoscere le diverse famiglie del paese.

Il padre dell’imputato ha raccontato al giudice che Nieddu era solito prendersela con tutti in paese, «soprattutto quando beveva». Ma all’origine dei contrasti ci sarebbe stato il fatto che la vittima, quando incontrava i fratelli Baltolu, dava loro degli “infami” volendo – secondo Baltolu padre – rievocare vecchie vicende penali che avevano coinvolto l’anziano in passato e che lui stesso ha definito «turbolente» e «per le quali ho pagato il mio conto con la giustizia». “Infami” perché in seguito i Baltolu si erano riappacificati con le famiglie “prima nemiche”.

Poi è toccato al maresciallo Auteri che ha spiegato come non avesse mai raccolto in caserma denunce o segnalazioni contro Pietro Nieddu, né ufficiali né non ufficiali. Mai, a suo dire, sarebbero emersi fatti riconducibili al carattere violento o provocatorio della vittima verso chicchessia. Mentre ha definito quella dei Baltolu «una famiglia rispettata in quanto temuta».

Su domanda dell’avvocato Chironi il comandante ha poi aggiunto che sapeva che Nieddu lavorava in Corsica e che rientrava ad Alà di tanto
in tanto. Una persona normale, quindi, sulla cui condotta mai aveva avuto modo di svolgere accertamenti semplicemente perché mai gli erano stati segnalati episodi «meritevoli di intervento». Il processo è stato aggiornato al 31 maggio per la discussione.

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