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Delitto Ara, i carabinieri in aula

L’omicidio di Ittireddu, il maggiore: i messaggi confermano che la vittima amava la figlia dell’imputato

ITTIREDDU. In una lettera inviata all’amico Pietro Mereu rinchiuso nel carcere di Bancali, Alessio Ara aveva confidato il suo amore per Pietrina Unali. Un sentimento corrisposto ma non per questo privo di ostacoli: «Mi sono invaghito seriamente, però c’è un problema – scriveva la vittima all’amico carcerato – lei ha un compagno e un figlio».

Ruoterebbe proprio intorno a questioni “sentimentali” il movente che la Procura di Sassari ha individuato all’origine dell’omicidio dell’operaio di 36 anni Alessio Ara, ammazzato con due fucilate a Ittireddu il 16 dicembre di due anni fa. Secondo l’accusa a ucciderlo fu proprio il padre di quella donna di cui il giovane si era invaghito.

Ieri, in tribunale, è stato il maggiore dei carabinieri Antonio Pinna a fornire ai giudici una ricostruzione dettagliata delle fasi investigative che portarono gli inquirenti a identificare Vincenzo Unali, allevatore di Mores, quale presunto responsabile dell’omicidio. L’uomo, assistito dall’avvocato Pietro Diaz, era in aula davanti alla corte d’assise presieduta da Massimo Zaniboni (a latere Silvia Guareschi e i giudici popolari). Ieri sono stati sentiti i primi testimoni citati dal pm Giovanni Porcheddu: il medico legale Salvatore Lorenzoni e il comandante del nucleo investigativo Antonio Pinna.

Secondo gli inquirenti il killer si era presentato un’ora prima sul luogo del delitto, si era nascosto e aveva aspettato che la vittima rientrasse a casa. Quindi gli aveva sparato con un fucile caricato a pallettoni ed era scappato a piedi. Alessio Ara aveva urlato e quando la povera e anziana mamma aveva aperto il portone si era trovata il proprio figlio disteso a terra (la donna si è costituita parte civile con gli avvocati Luigi Esposito e Ivan Golme).

Il movente del delitto è stato individuato dalla Procura all’interno di un quadro familiare non proprio sereno. Secondo la ricostruzione degli inquirenti la figlia di Unali aveva avuto una relazione con la vittima, nonostante avesse un compagno con il quale viveva proprio a casa del padre. Quest’ultimo, venuto a sapere della relazione, ne avrebbe fatto una questione d’onore che lo avrebbe spinto ad ammazzare Alessio Ara.

E soprattutto su questo si è soffermato il maggiore Antonio Pinna che ha ricostruito le vicissitudini sentimentali tra Ara e la figlia di Unali attraverso messaggi telefonici e lettere.

Poi si è passati alle registrazioni della videosorveglianza: «La telecamera numero 7 riprende il killer, ha un copricapo e porta con sè un fucile». Immediata l’obiezione del difensore Diaz: «La telecamera riprende quello che lei crede sia il presunto killer». Opposizione recepita dal maggiore Pinna che “corregge” l’impostazione della frase. Per poi passare alla descrizione fisica: «La vicinanza a un muretto a secco ci ha permesso di avere un’altezza verosimile che coincide con quella dell’imputato. Lì è stato poi trovato il pantalone di una tuta usato per coprire l’arma, indumento sul quale sono state rinvenute tracce di esplosivo. Mentre su un laccio che chiudeva il pantalone c’erano tracce di Dna, risultato poi compatibile con quello di Unali». Il processo è stato aggiornato a luglio per il controesame del teste da parte dell’avvocato Pietro Diaz.

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