Ecco le storie liberate i detenuti raccontano il carcere dimenticato

La toccante esperienza nelle colonie penali dal 1860 a oggi In scena e in musica le vite sepolte negli archivi storici

SASSARI. Il carcere comprime tutto, inscatola i giorni, blinda i sogni, satura l’anima. Sarà per questo che il palcoscenico funziona come un idraulico liquido emozionale: fa sgorgare tante cose sedimentate, ha uno straordinario potere liberatorio. Insomma, i detenuti sono degli attori con qualcosa in più. “Diciamo che recitare la parte dei galeotti ci viene molto naturale. Forse è per questo che siamo bravi”.

Daniele Sarto ha 53 anni, niente capelli, molti tatuaggi, occhi azzurri e più o meno da 35 anni rimbalza tra un istituto penitenziario e l’altro. Sul suo casellario giudiziario c’era scritto: fine pena mai. Era uno degli esponenti della malavita del Brenta, specializzato in furti, rapine, riciclaggio d’armi e soprattutto assalti ai portavalori. Il 13 febbraio del 1992 fa parte di un commando armato. L’obiettivo è un furgone blindato, e per fermare la corsa sparano nell’abitacolo. Il conducente, una guardia giurata di 31 anni, resta uccisa nel conflitto a fuoco. Daniele Sarto, per l’omicidio, si becca l’ergastolo. Da due anni è recluso nel istituto di Bancali. «L’ultima cosa che avrei pensato, nella mia vita, è di recitare un giorno in teatro».

Invece i tredici carcerati, nei panni dei carcerati, sono perfettamente a proprio agio. La sceneggiatura li impegna a calarsi nella parte, perché inconsapevolmente quel copione in questi anni l’hanno scritto proprio gli stessi protagonisti.

Il titolo è: “Storie liberate”, e il cantautore Piero Marras, che ha iniziato per gioco col suo sottofondo musicale e alla fine ha riempito due cd, in versi la definisce così: “Storie sommerse da una coltre di muffa in espansione, qualcuno mosso da umana compassione, senza pensarci su, le ha liberate”.

Le storie liberate non sono altro che i frammenti delle esistenze rinchiuse tra le sbarre e le quattro mura, fissate negli archivi storici delle colonie penali dal 1860 ad oggi. E soprattutto finite per caso nelle mani di tredici detenuti archivisti, che dal 2009 raccolgono, leggono, catalogano, ricostruiscono vite dimenticate. Ci sono lettere d’amore, grida d’innocenza, diari, sfoghi, annotazioni. E poi, la cosa più affascinante, un intreccio tra passato e presente, tra le “storie liberate” e le esperienze attuali degli archivisti. Sul palcoscenico viene apparecchiata proprio questa sovrapposizione di vicende, che gli sceneggiatori Alessandro e Vittorio Gazzale sono riusciti a cucire insieme utilizzando le battute, le impressioni, le reazioni a caldo e i dialoghi spontanei degli archivisti. Così si scopre che le condizioni degli istituti di pena sono cambiate parecchio negli anni. C’è più umanità e attenzione ai diritti degli inquilini. Ma i sentimenti, le nostalgie e le solitudini dei detenuti in fondo resteranno sempre immutate.

Una giornata come questa, per dire, con l’auditorium del carcere di Bancali strapieno di persone, con il sindaco Nicola Sanna in prima fila, assessori, giornalisti, diverse autorità, la direttrice Patrizia Incollu, e nelle sedie accanto centinaia di detenuti, e tutti che applaudono divertiti e commossi: ecco una giornata come questa forse sino a dieci anni fa era impensabile. Lo spettacolo è bello, e la bravura degli attori va oltre le aspettative: forse perché c’è molta genuinità nei dialoghi, e la regia è stata molto abile a non lavorarla, a preservando l’immediatezza. Il Comune concederà il teatro
Civico, e verranno coinvolte le scuole. «Per noi questo lavoro è molto importante – dicono gli attori-detenuti – è l’occasione per restituire qualcosa alla società: un piccolo contributo, un’inezia, rispetto a quel tanto che in passato abbiamo tolto».

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