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Stalking alla moglie, assolto dopo 6 anni

L'avvocato difensore Marco Enrico

Nulvi, 52enne accusato di atti persecutori durante la separazione. Lei: «Mi pedinava, avevo paura». Lui: «Tutte bugie»

SASSARI. Sei lunghi anni che l’uomo, un 52enne di Nulvi, ha vissuto «come un incubo». Sei anni passati nelle aule di un tribunale a tentare di difendersi – assistito dal suo legale Marco Enrico – da una delle peggiori accuse che possano essere rivolte a un marito e a un padre. E cioè «aver molestato e minacciato di morte l’ex coniuge e le due figlie così da cagionarle – scriveva il pubblico ministero Paolo Piras nel decreto di citazione a giudizio – un perdurante e grave stato di ansia e paura per la loro incolumità». Accuse che avevano avuto come conseguenza, per l’imputato, anche l’applicazione della misura interdittiva del divieto di avvicinamento alla casa familiare e ai luoghi frequentati dalla moglie a Nulvi. A questo si era aggiunto, a distanza di un anno, anche l’obbligo di dimora nel comune di Santa Maria Coghinas. Entrambe le misure erano state revocate prima dell’apertura del processo.

Oggi, a distanza di sei anni dalla prima denuncia presentata ai carabinieri di Nulvi dalla ex moglie (nel frattempo i due hanno divorziato) il giudice Antonietta Crobu, accogliendo la richiesta dell’avvocato Enrico, ha assolto l’uomo dal reato di stalking perché il fatto non sussiste. A suo carico c’era anche un’altra contestazione: l’appropriazione indebita «per essersi appropriato – sosteneva la Procura – dei beni presenti all’interno dell’appartamento in cui viveva la moglie». Il giudice, per quanto riguarda questo reato, lo ha ugualmente assolto «perché non è punibile», in quanto i coniugi all’epoca dei fatti non erano separati legalmente.

Durante il processo moglie e figlie sono state sentite in aula come testimoni. La donna ha confermato quanto aveva già detto ai carabinieri all’epoca. E cioè che dopo la separazione e il provvedimento provvisorio del tribunale di Sassari che aveva disposto l’assegnazione della casa coniugale a lei e alle figlie, il marito aveva cominciato a perseguitarla: «Passava davanti a casa, per controllare cosa stessimo facendo, talvolta passando suonava il claxon, altre volte fermava l’auto, scendeva e guardava dalle finestre all’interno dell’abitazione». Atteggiamenti che avrebbero alimentato ansia e paura: «Quando sentivo il rumore della sua macchina non uscivo di casa per paura di incontrarlo, temevo che potesse entrare in casa e per questo avevo chiesto a una mia zia di venire a vivere con me».

La teste ha parlato del marito come di un uomo pressante soprattutto a livello psicologico, e di una relazione che aveva cominciato a incrinarsi quando lei aveva avuto dei problemi di salute. A suo dire anche le figlie avevano paura del padre: «Seguiva una delle due quando era a passeggio, la guardava insistentemente, in segno di sfida. E lei aveva crisi di pianto».

Una serie di accuse che l’imputato ha sempre respinto con forza. «Dichiarazioni caratterizzate da un’evidente contraddittorietà – ha spiegato l’avvocato Marco Enrico durante la discussione – per non parlare dell’uso improprio dei termini “minaccia” e “molestia”, tanto che l’esito dell’audizione della persona offesa ha ridotto la vicenda a dissidi e discussioni, magari animate, tipiche di qualunque crisi coniugale determinata dalla scelta unilaterale di uno dei coniugi». Il legale ha sottolineato che le «continue molestie» cui la donna faceva riferimento «in sede di controesame si sono ridotte a un solo unico episodio certo, quello di una presunta ingiuria nei confronti di una vicina di casa». Così come «le ansie e le paure per la propria incolumità rappresentavano più che altro il sintomo di una pregressa patologia ansiosa e depressiva, la cui esistenza è comprensibile e giustificabile alla luce delle patologie mediche e degli interventi chirurgici che la donna ha affrontato negli anni». Mentre i presunti inseguimenti alla figlia per la difesa non erano altro che «il tentativo di mantenere i contatti con lei». Un padre che, in sintesi, si preoccupava per le sorti della propria figlia. Tesi evidentemente condivisa dal giudice che lo ha assolto.

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