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Denuncia a Sassari: osano chiedere le ferie, licenziati i senegalesi

Secondo la segnalazione succederebbe al Bricocina. Bamba: «Il mio capo mi ha detto che i diritti ci sono solo per gli italiani»

SASSARI. Nel megastore Bricocina, a detta dei dipendenti che hanno presentato una denuncia, vige un’interpretazione molto singolare del contratto del lavoro. Se sei italiano valgono i diritti, se sei senegalese, cinese, bengalese, filippino allora il registro cambia: le ferie, la malattia e gli straordinari te li puoi scordare. Anche se l’assunzione è a tempo indeterminato. E se ti azzardi a chiedere che questo pacchetto base di prerogative possa essere riconosciuto, la risposta è prima un demansionamento, e infine una lettera di licenziamento per giusta causa.

Bamba ha 23 anni, e da tre anni lavora per Bricocina. «Sono uno bravo, ci so fare con i clienti, non temo la fatica, e infatti ho iniziato come factotum, poi cassiere e infine stato promosso a caporeparto. Assunto a tempo indeterminato, 800 euro al mese. Finché ho lavorato dodici ore al giorno, testa bassa senza fiatare, tutto è filato liscio. Nonostante il mio contratto di ore ne prevedesse 8. Ma l’anno scorso volevo tornare in Senegal per rivedere i miei familiari, e ho provato a chiedere il mese di ferie che mi spettava da contratto. La risposta del mio capo, detta con grande disinvoltura, è stata devastante».

Il dialogo suonava all’incirca così: «Ciao capo, avrei una domanda: vorrei tornare a casa, posso avere le ferie? Risposta: no. E perché no? Perché da Bricocina solo gli italiani hanno ferie. Per i senegalesi, cinesi, bengalesi, filippini non si può fare lo stesso trattamento. Se vuoi le ferie, la tredicesima, la quattordicesima puoi provare a rivolgerti da un’altra parte. Qui funziona così».

Allora Bamba, assieme ad altri tre connazionali e altri tre bengalesi, a gennaio si è rivolto al sindacato Cisal, e Nino Fiori ha preso a cuore la vicenda. «Questi ragazzi hanno raccontato una situazione di assoluto sfruttamento. Da parte dei datori cinesi, nessun rispetto per gli orari di lavoro definiti dal contratto, niente ferie e malattie. Reclutano manovalanza senza tutele sindacali, in modo da imporre le loro regole. Per questo abbiamo raccolto le testimonianze e abbiamo messo in contatto i dipendenti di Bricocina con l’Ispettorato del Lavoro».

E infatti, da lì a qualche settimana, scatta il blitz degli ispettori del lavoro, che sentono i dipendenti e i titolari e raccolgono il dossier. «L’indagine è ancora in corso – spiega il direttore dell’Ispettorato – anche se a breve contiamo di concluderla e adottare i dovuti provvedimenti. Abbiamo riscontrato violazioni delle norme contrattuali e uno scenario di sfruttamento del lavoro».

Dice Bamba: «Dopo la denuncia in effetti la situazione cambia: le ore settimanali diventano 40 per tutti, e vengono rispettate. Non ci viene più chiesto di stare lì per dodici ore a fare qualunque cosa, dal cassiere, al magazziniere all’addetto alle pulizie. Però improvvisamente da lavoratore modello io entro nella lista dei cattivi, e vengo demansionato. In chat il mio capo mi dice che non sono più caporeparto». I rapporti con i datori cinesi sono glaciali, nel punto vendita c’è tensione. E l’11 agosto arriva l’epilogo sotto forma di una raccomandata a mano. L’oggetto, in neretto, recita: licenziamento per giusta causa. La ricevono tutti i dipendenti che si sono rivolti prima al sindacato e che hanno presentato denuncia all’Ispettorato.

«In pratica veniamo accusati di improduttività, di incompetenza, di danneggiare la merce, di non pulire, di essere maleducati con la clientela. Ma come? Il giorno prima della denuncia sono talmente bravo che mi promuovi caporeparto, e poi improvvisamente divento uno che non sa fare il proprio lavoro? E tutto per aver chiesto parità di trattamento con i colleghi italiani e rispetto per i miei diritti».