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SASSARI. «Siamo pronti a ritornare al Consiglio di Stato. Questa storia non può finire così». Antonio Marcello Brundu, direttore commerciale della Brundu srl che gestisce il molino e il pastificio di...

SASSARI. «Siamo pronti a ritornare al Consiglio di Stato. Questa storia non può finire così». Antonio Marcello Brundu, direttore commerciale della Brundu srl che gestisce il molino e il pastificio di Torralba, considera la sua società vittima di una clamorosa ingiustizia. Il Tar Sardegna nei giorni scorsi ha negato alla Brundu il risarcimento richiesto per un errore commesso nel 2015 dai tecnici del ministero della Salute che negarono alla Brundu il permesso di importare un carico di grano duro di alta qualità proveniente dall’India. Secondo i tecnici, in quel grano c’era una concentrazione di piombo superiore alla media. Gli esperti però sbagliavano perché, come stabilito da una sentenza del Consiglio di Stato, avevano eseguito le campionature e le analisi basandosi su un regolamento comunitario errato.

Una “distrazione” costata centinaia di migliaia di euro alla società sarda che, dopo un anno, quel grano l’aveva dovuto distruggere perché stava marcendo nei container stoccati nel porto canale di Cagliari. «La società ha subito dall’intera vicenda gravi danni, sia economici, sia di immagine – si lamenta il direttore commerciale –. Ecco perché ritorneremo al Consiglio di Stato per ottenere la riforma della sentenza del Tar Sardegna e la condanna del Ministero al risarcimento dei danni». Se non fosse che i soldi in ballo sono tanti, più di mezzo milione di euro, si potrebbe dire che per i Brundu il risarcimento per le 468 tonnellate di buon grano mandate in discarica per un errore del ministero è una questione di principio.

«Si tratta anche di questo, certo. Perché proprio non riusciamo a capire – dice Antonio Marcello Brundu –. Il Tar Sardegna, dimenticandosi dell’esistenza della sentenza del Consiglio di Stato che aveva accertato l’erroneità delle analisi eseguite dal ministero, ha respinto la nostra richiesta di risarcimento sostenendo esattamente il contrario e cioè che le analisi erano corrette». Quella della partita di grano indiano è una storia di regolamenti comunitari sbagliati, ma anche di giustizia che procede con una lentezza esasperante. «Quando nel 2015 il ministero ci negò l’importazione di una partita di grano per la asserita presenza di una quantità di piombo superiore alla norma – racconta Antonio Brundu –, ci rivolgemmo al giudice amministrativo per far accertare l’erroneità delle analisi fatte eseguire dal Ministero». I responsabili della società erano sicuri del fatto loro. «E questo perché, correttamente, prima di acquistare la partita di grano indiano la società aveva fatto eseguire con estrema accuratezza che il grano rispettasse tutti i parametri previsti dalla conferente normativa comunitaria, ed era quindi certa che il grano potesse essere importato – racconta Antonio Marcello Brundu –. Infatti il Consiglio di Stato, con una sentenza ormai definitiva, ha chiarito che l’errore commesso dal ministero aveva falsato l’esito delle analisi, facendo risultare una quantità di piombo nel grano indiano che in realtà non esisteva». «Per rendersi conto dell’errore – entra nel merito l’imprenditore
– basti pensare che il ministero, per far accertare la presenza di piombo nel grano, aveva usato una metodologia che si usa per verificare la presenza, nel grano, non già di metalli pesanti quale è il piombo, bensì di micotossine, che sono sostanze chimiche prodotte dai funghi».

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