«Voi dateci una casa e noi ce ne andiamo subito»

Lo stupore dei Rom: «Non ci hanno avvisato. Speriamo in una vita migliore» Pochi vorrebbero rimpatriare: «Siamo nati qui, nei paesi d’origine saremo soli»

SASSARI. Lo sgombero è all’orizzonte, e nel campo rom di Piandanna dovrebbe aleggiare una certa apprensione. Invece i nomadi sono in totale relax, tra bimbi che giocano e adulti in siesta nelle roulotte. E il motivo di quest’atmosfera così serafica è molto semplice: ancora nessuno li ha avvertiti che entro il 31 dicembre dovranno fare le valigie.

«Dal Comune non si è fatto vivo nessuno? Non sapete niente dello sgombero?»

Due ragazze fanno spallucce, dicono che sia la prima cosa che sentono. Allora chiamano i mariti. Uno se la ride sotto i baffi: «Macché, sarà la solita storia. Sarà almeno la quarta volta che ci dicono che dobbiamo sbaraccare. Ma intanto i soldi per sistemarci non ce li hanno mai».

La notizia, in pochi minuti, fa il giro del campo, e dalle baracche cominciano a sbucare diversi inquilini. Una ragazza tira fuori uno smartphone e avvia una videochiamata con il capofamiglia, che si trova fuori città. Lui, dallo schermo, ascolta e interviene: «Ero da poco a Roma, avete visto cosa è successo da quando hanno chiuso i campi? La situazione è solo peggiorata, con nomadi finiti a dormire nei parchi, o sotto le pensiline dei bus, e l’aumento di furti e reati».

Quando però le cose si fanno via via più chiare, e capiscono che l’ultima intenzione di Palazzo Ducale è quella di abbandonarli per strada, la curiosità aumenta. Ad ascoltare ci saranno una ventina di persone, più gli utenti connessi in videoconferenza. «Ah, se ci danno delle case in cui stare noi ci andiamo volando. Avete visto tutto lo schifo in cui viviamo?». Però qualcun altro vorrebbe tornare al proprio paese d’origine, alcuni invece vorrebbero un nuovo campo sosta, e stare a mollo tra tutti questi pareri discordanti dà la sensazione di andare su e giù dentro un otto volante, con mal di testa assicurato. «Ma perché non ci danno i soldi per comprare un altro terreno, e noi ci facciamo le case? Così stiamo insieme, e si può continuare a lavorare il rame. Come fai a sciogliere il rame in un appartamento?».

L’inclusione, il superamento della ghettizzazione, la integrazione nella comunità per alcuni sono concetti un tantino ostici da metabolizzare. I più giovani, quelli già scolarizzati, molti dei quali sono nati a Sassari e sono cittadini italiani, hanno un’apertura mentale diversa. I bambini sono già integrati, tutti frequentano le elementari e le medie. «Ma se ci danno un appartamento, l’affitto poi chi lo paga? Perché nessuno di noi ha un lavoro, tutto il poco che guadagniamo con elemosina e vendita di oggetti ci serve per sfamare i figli, come facciamo a tirare fuori duecento euro ogni mese? Con un lavoro sarebbe tutto diverso».

Nella comunità musulmana ci sono 88 membri, per 15 famiglie e 43 minori. Solo 5 componenti hanno la cittadinanza italiana. Ma non più di dieci accetterebbero di tornare volontariamente in Romania o in Bosnia. «Ci pagano il biglietto e ci danno un contributo per rientrare nei nostri paesi d’origine? Ho sentito che danno 15mila euro. Io andrei subito». In verità il rimpatrio assistito è un processo un tantino più complesso, si occupa di reinserimento sociale e lavorativo e non consiste in un banale contributo viaggi. Alcune famiglie invece non vorrebbero espatriare, ma ricongiurgersi ad altri parenti che vivono in altre regioni d’Italia. Ad altri invece Sassari piace davvero, e vorrebbero continuare ad abitarci.

«Stiamo a qui da oltre 15 anni, i bambini sono nati e cresciuti qui. Nei nostri paesi d’origine non abbiamo più nessuno, e poi lì non c’è proprio di che campare. A noi l’integrazione va benissimo, e siamo pronti a cambiare vita. Per avere un’esistenza migliore noi, e soprattutto i nostri figli. Qui nel campo è un inferno».

L’assessora comunale alle Politiche educative Alba Canu sa che il 31 dicembre è dietro l’angolo e i tempi per mettere in campo una soluzione sono strettissimi. «Ci conforta l’esperienza, che ci dice che finora gli esperimenti di integrazione sono andati a buon fine. Una famiglia di nomadi da tempo si è trasferita in via Turritana, i bambini vanno regolarmente a scuola, l’affitto viene pagato e tutto funziona a meraviglia. Anche ad Alghero, dove i rom hanno trovato alloggio all’interno di condomini, l’esempio è positivo. Quando una famiglia viene tolta dalla gestione del clan e dal ghetto, è molto più propensa a rispettare le regole della comunità. E il patto che noi vogliamo stringere è proprio questo: noi ti offriamo una migliore qualità di vita, ma voi vi impegnate a rispettare le regole».

Dice il vicesindaco Fabio Pinna: «È bene chiarire che nessun sassarese verrà privato di un solo diritto a vantaggio della comunità rom. I canali di finanziamento
sono diversi, i soldi spesi per l’inclusione non verranno tolti alla cittadinanza. Ma perché questo difficile processo di integrazione possa andare in porto, è davvero vitale la collaborazione di tutto. L’aiuto delle persone, delle associazioni, della diocesi e delle istituzioni».

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