Su questo sito utilizziamo cookie tecnici e, previo tuo consenso, cookie di profilazione, nostri e di terze parti, per proporti pubblicità in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne di più o prestare il consenso solo ad alcuni utilizzi clicca qui

Investito e lanciato da un muro, esce dall'ospedale: «Ora voglio ricominciare a vivere»

Giovanni Antonio Pedranghelu

Dimesso dopo 4 mesi di riabilitazione il 36enne di Nughedu quasi ucciso da un compaesano

NUGHEDU SAN NICOLÒ. «Sto uscendo da un tunnel e ora ho solo bisogno di riprendere in mano la mia vita. Voglio dimenticare questo incubo». Sono le parole di Giovanni Antonio Pedranghelu, il 36enne di Nughedu San Nicolò che lo scorso aprile, appena risvegliatosi dal coma con 24 fratture sul corpo, aveva accusato un conoscente e compaesano: «Mi è passato sopra con le ruote del fuoristrada e poi mi ha buttato giù da un muretto. Voleva uccidermi». E il conoscente che lo avrebbe investito e poi abbandonato si chiama Francesco Puddinu, un operaio forestale di 47 anni che per quei fatti era stato arrestato dai carabinieri e ancora oggi si trova in carcere.

Pedranghelu alcuni giorni fa ha potuto lasciare l’istituto di riabilitazione Santa Maria Bambina di Oristano dove ha trascorso quattro lunghi mesi, un percorso molto difficile che gli ha però consentito di tornare a camminare e di ricominciare a progettare la sua vita.

La storia accaduta a Nughedu San Nicolò era rimbalzata anche sui media nazionali proprio per la singolarità della dinamica. Il 36enne, poche ore dopo essersi risvegliatosi dal coma, aveva raccontato ai carabinieri di esser stato schiacciato da un’auto e poi gettato in una scarpata. Non aveva da subito indicato il nome di Puddinu ma poi i ricordi si erano fatti più nitidi e aveva ricostruito gli ultimi momenti di quella serata. Era uscito dal bar del paese con Puddinu, era salito nella sua auto e insieme erano andati nella campagna dell’operaio per prendere del vino. Giovanni Antonio era sceso dalla macchina per aprire il cancello ed era stato travolto. Questa era stata la ricostruzione in base ai ricordi della vittima. Fin dall’inizio gli inquirenti hanno ipotizzato che si fosse trattato di un investimento involontario e che Puddinu, anziché aiutare l’amico, credendolo morto lo avesse lasciato lì. Pedranghelu era stato trovato quasi in fin di vita qualche ora dopo da un altro compaesano che aveva chiamato i soccorsi. Era stato trasportato in ospedale con 24 fratture e un polmone perforato, escoriazioni in tutto il corpo. Era stato in coma farmacologico e al risveglio aveva riferito ciò che ricordava. Tanto era bastato perché la Procura di Sassari indagasse in un primo momento il 47enne per lesioni aggravate. Poi l’arresto per lesioni stradali colpose aggravate dalla guida in stato di ebbrezza, omissione di soccorso e lesioni causate dallo spostamento del corpo.

L’avvocato Antonio Secci, che assiste la famiglia Pedranghelu, ha da sempre sostenuto che il suo assistito fosse stato prima investito e poi trascinato e gettato nella scarpata volontariamente. Ma per il pm non esistevano elementi che potessero avallare la tesi del tentato omicidio. Puddinu davanti al gip si era avvalso della facoltà di non rispondere: «Per opportunità processuale» aveva spiegato il suo avvocato Angelo Merlini che poi provocatoriamente aveva aggiunto: «Concordo con questa decisione anche per poter consentire che i numerosi processi mediatici che si sono aperti dovunque possano essere celebrati in tutta tranquillità, senza l’inutile appesantimento della presenza di alcuna tesi difensiva».

«Voglio dimenticare e tornare alla mia vita – dice oggi Pedranghelu – rivedere i miei amici e ricominciare a lavorare».