Sassari, l’odio e gli insulti ai rom costano cari

Cancellati tutti i post, ma non le tracce: per chi predica la violenza xenofoba previste la reclusione e multe salatissime

SASSARI. I post dei leoni da tastiera hanno il ciclo vitale di una farfalla. Si posano su una bacheca Facebook, la imbrattano con le loro zampette, poi volano via al primo alito di vento cattivo e dopo qualche ora muoiono.

Anche quel concentrato di miseria umana che voleva bruciare vivi e sparare ai rom, bimbi compresi, è evaporato in un solo giorno. Tutti i post sono stati cancellati, e qualcuno degli autori si è pure estinto sul social. Non è vergogna per quello che si è stati capaci di vomitare, ma è semplice paura. Quella di essere inchiodati alle responsabilità delle proprie parole, che hanno un peso specifico sia da un punto di vista morale e umano, ma anche penale. E la denuncia per istigazione all’odio razziale che il sindaco di Sassari depositerà in Procura, servirà a scuotere la colpevole ignoranza di tanti incubatori di fiele.

«Di per sé la fake news degli zingari che hanno occupato la villa (poi si è scoperto che gli occupanti erano sassaresi ndr) non è penalmente perseguibile – spiega l’avvocato Sebastiano Chironi – perché non è diffamatoria. Non offende la reputazione di nessuno, è solo una notizia non verificata e falsa». Ma una piccola e insignificante bufala, lasciata rotolare su una montagna di malessere, rancore, frustrazioni, genera una valanga di commenti di ben altro tono. E il discorso penale cambia.

«Lo scorso aprile il codice si è arricchito di un articolo, il 604 bis – prosegue Chironi – la dicitura è: propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, etnica e religiosa. Molte frasi che sono comparse a corredo della fake news dell’occupazione dei rom, rientrano in questa fattispecie, e sono punibili con la reclusione fino a un anno e sei mesi, e con una multa fino a 6000 euro».

Il legislatore, in pratica, dice che la mamma sorridente che nella sua bacheca alterna foto di Di Maio a ciambelle zuccherose, e abbracci affettuosi ai figlioletti e agli amici, e poi liquida la pratica rom con un «basta mettergli fuoco, maledetti», potrebbe pagare molto cara la sua libertà di pensiero. Perché anche l’articolo 21, con i tempi che corrono, è giusto che si freni bruscamente davanti al muro del razzismo.

E anche il tizio con la chitarra, che tra le foto adulanti di Salvini, una canzoncina folk suonata allegramente nelle piazze e una risatina in sassarese, suggerisce di risolvere il problema dei nomadi così: «Sparateli grandi e piccoli, sono delle merde», dovrebbe avere il coraggio di urlare le stesse parole da quel microfono che stringe in mano durante i concerti. Ma c’è da scommetterci, non lo farà. Perché il problema del web è sempre lo stesso: la gente, quando comunica su Facebook, è convinta di parlare al vicino di pianerottolo. Ma non è così. I social sono la negazione dell’intimità, la platea è potenzialmente sterminata, e soprattutto le frasi restano nella loro sostanza digitale. Eppure sarebbe così semplice evitare le denunce per diffamazione o per istigazione all’odio razziale. Basterebbe porsi una semplice domanda: ciò che ho scritto su Facebook lo urlerei anche dal palco dei miei concerti? Magari davanti a persone che mi riprendono col telefonino, o sotto le telecamere di un’emittente televisiva o il microfono di una radio? Se la risposta è no, forse è il caso di riconnettere il cervello ai polpastrelli, prima di farli rumoreggiare sulla tastiera.

Perché conta poco se sei un chitarrista semisconosciuto e hai 2300 amici. Il pubblico che legge, condivide e commenta, si allarga a macchia d’olio, e i post xenofobi strisciano e continuano a imbrattare altre bacheche.

«Mi è capitato un caso di diffamazione via social. Un tale aveva screditato l’immagine di un famoso oleificio. In aula si era difeso dicendo che si trattava di una conversazione privata, con pochi amici. Peccato che poi il suo post sia finito nella bacheca di un sindaco, e poi visualizzato da migliaia e migliaia di utenti». Per questo motivo la giurisprudenza ha equiparato il reato di “diffamazione sui social” alla “diffamazione a mezzo stampa”, prevedendo la reclusione da sei mesi a tre anni o una sanzione non inferiore a 516 euro. Ma almeno nel caso della bufala sull’occupazione rom di una villa, chi ha rovesciato su Facebook la sua secchiata di liquami intrisa di insulti, ingiurie, pregiudizi e luoghi comuni offensivi e beceri, può dormire sonni tranquilli. Definire gli zingari “merde”, “puzzinosi”, “pidocchiosi”, “schifosi”, non costituisce reato, perché è impossibile individuare la persona offesa. La categoria
“zingari” è troppo estesa per circoscrivere i singoli bersagli delle ingiurie. Perciò gli autori, penalmente, la faranno franca. Gli resterà solo il magro giudizio della propria coscienza, se ne posseggono una. Guardarsi negli occhi in uno specchio, e provare un po’ di vergogna.

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