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Lavoro nero a Sassari: far soldi ignorando le leggi

Senegalesi e bengalesi sfruttati e sottopagati nei negozi e nei cantieri edili, i romeni messi sui tir per dieci ore al giorno

SASSARI. Sono l’anello debole della catena occupazionale, quello meno sindacalizzato e tutelato, manovalanza low cost usa e getta, da reclutare e sfruttare. È il lavoro nero, inteso soprattutto come colore della pelle. Se un’attività commerciale vuol risparmiare sul costo del personale, ha un piccolo esercito di bisognosi che non vedono l’ora di farsi spremere: innanzitutto i senegalesi, disposti a orari di lavoro da schiavitù per 3 o 4 euro all’ora. E poi, in questo downgrade selettivo, c’è il pacchetto più conveniente, quello targato Bangladesh: sono gli operai più mansueti, che per cultura non protestano mai, testa bassa, si accontentano.



L’ispettorato del Lavoro di Sassari scandaglia questo fondale pieno di squaletti in cerca di pesciolini da spolpare. Gli esemplari non mancano nei principali settori. Dal commercio, all’edilizia, al trasporto, ai centri migranti.

Bricocina. Il caso di Bricocina e ModaPlanet, entrambi gestiti da cinesi, sono emblematici. «Il reclutamento in queste due attività avviene attraverso il passaparola – spiega Massimiliano Mura, capo dell’ispettorato del Lavoro provinciale – e per un lavoratore extracomunitario licenziato, ce ne sono subito dieci pronti a prendere il suo posto. Durante le nostre ispezioni, dal 2016 al 2018, abbiamo trovato 11 dipendenti , 5 senegalesi, 2 italiani e 3 del Bangladesh, per i quali si è accertato un orario pari a 60 ore settimanali, a fronte di contratti che ne prevedevano molte meno. In pratica avevano anche superato il tetto di straordinari annuali consentito. Abbiamo applicato le sanzioni amministrative previste per legge».

Moda Planet. Discorso simile per Moda Planet, un piano sopra Bricocina, stessi proprietari e stessa gestione. «Dal marzo 2017 a febbraio 2018 abbiamo accertato irregolarità nei confronti di 8 assunti, 6 senegalesi e 2 italiani. Gli extracomunitari lavoravano per 48 ore settimanali per tre settimane al mese e per 60 ore settimanali la quarta settimana. Eppure il loro contratto part-time di ore ne prevedeva 20 a settimana. Gli italiani, inquadrati sempre con gli stessi parametri, hanno prima lavorato in nero, e una volta regolarizzati hanno dovuto fare 30 ore per 3 settimane e 35 la quarta».

Distacco transnazionale. Nonostante gli stranieri siano soggetti vulnerabili ed esposti allo sfruttamento, non vengono individuati dalla normativa come categorie deboli con tutele particolari. Questo avviene invece per le donne, i minori e i disabili. E c’è una prassi di reclutamento, chiamata distacco transnazionale, che offre maglie larghe ai datori per risparmiare parecchio sulla manodopera, che viene arruolata in saldo. Funziona così: un’impresa romena invia i propri dipendenti a un’altra impresa sassarese. Il rapporto di lavoro dovrebbe continuare a intercorrere tra gli operai e la ditta straniera, ma gli orari di lavoro e anche i minimi retributivi dovrebbero conformarsi a quelli del paese in cui si svolge l’attività. Questi paletti spesso vengono furbescamente arginati.

Autotrasporto. «Nel settore degli autotrasporti ad esempio avviene questo – spiega Mura – stipulo un contratto di servizi con una ditta con sede legale a Bucarest e faccio finta di noleggiare dei tir. Invece sto ingaggiando solo degli autisti low cost, che accettano qualunque orario, percorso, e paghe da miseria. Non è facile arginare questo fenomeno, perché sono illeciti mobili, in movimento sulla strada. In genere ci muoviamo su segnalazioni della polizia stradale, che ferma autisti stranieri. Noi controlliamo chi paga la benzina dei tir, le gomme, il pernottamento: se non è la ditta romena ma quella sassarese, allora c’è qualcosa che non quadra. Per ora in provincia abbiamo sanzionato 5 ditte, che sfruttava 10 autisti stranieri ciascuna».

Edilizia. Anche l’edilizia si nutre di manovalanza debole. E lo fa sempre col grimaldello del distacco transnazionale. Si subappalta un’opera a un’impresa dell’est, ma questa invia solo lavoratori sottopagati, che poi vengono gestiti direttamente dall’impresa sassarese. Anche le ruspe e gli altri mezzi, naturalmente, appartengono alla ditta locale.

Centri migranti. Infine c’è lo scenario dei centri di accoglienza per migranti. Gli ospiti non potrebbero essere adibiti ad alcuna prestazione di lavoro, e invece in molti casi avviene l’esatto contrario. Vengono impiegati “per dare una mano” nei vicini campi agricoli o all’interno di cantieri edili. La paghetta è in nero, e ammonta a una manciata di euro a giornata. «Ora che la vendemmia è alle porte – avverte Mura – dobbiamo vigilare attentamente sulla manodopera in nero». Inoltre è quasi una prassi che nei centri di accoglienza i migranti, o gli ex ospiti, svolgano il ruolo di mediatore culturale, senza aver alcun titolo e formazione per ricoprire un ruolo così delicato. Infine le manutenzioni e le pulizie “volontarie” della struttura, ormai costituiscono la normalità.