Non consegnò sua figlia all’“orco”

Sentenza definitiva per un 44enne accusato di non aver vigilato sulle persone cui affidava la bambina

SASSARI. L’incubo è finito. Dopo otto anni quella verità che lui ha sempre urlato a gran voce è stata sancita da una sentenza definitiva: «Ho sempre pensato che le uniche ragioni per le quali siamo a questo mondo siano la famiglia e i figli. Io so qual è la verità. Lo so io e lo sa Dio. Ormai sono un morto che cammina, questo processo mi ha rovinato e, comunque vada oggi, la mia vita non sarà mai più la stessa». E quel “comunque vada” detto ai giudici che stanno per ritirarsi in camera di consiglio diventa dopo qualche ora un’assoluzione per non aver commesso il fatto. Non è dunque responsabile, questo padre di 44 anni, delle violenze che la sua bambina di 4 anni avrebbe subito da parte del vicino di casa (già condannato).

È un padre disperato quello che chiede e ottiene di parlare davanti ai giudici della Corte d’Appello di Cagliari poco prima del verdetto che per lui rappresenterà una sentenza per la vita. È lì come coimputato di violenza sessuale nei confronti della figlia di 4 anni per non aver vigilato sulla persona cui la affidava quando andava a lavoro. Era arrivato in un paese del Sassarese quasi trent’anni fa e tutti gli hanno sempre voluto un gran bene tanto da decidere di avviare una raccolta di firme quando venne arrestato.

Gli agenti federali dell’Fbi nel 2011 approdarono in Sardegna perché indagavano su un traffico internazionale di materiale pedopornografico. E arrivarono in particolare a casa di un 41enne informatico che vive su una sedia a rotelle. Nel suo pc erano state trovate 32.276 immagini e 1057 video che mostravano bambine nude. Uno dei filmati ne ritraeva una che veniva spogliata e poi baciata dall’uomo.

Per questi fatti venne arrestato e condannato in primo grado a 8 anni, in appello a 7 anni e 7 mesi. Nel 2016 la Cassazione aveva dichiarato inammissibile il ricorso dei suoi difensori e la condanna era diventata definitiva. Una delle vittime di questa rete di maniaci del sesso con minori era una bambina di 4 anni. E a finire nei guai, oltre al 41enne tetraplegico, era stato purtroppo anche il padre della piccola.

Tra il 2010 e il 2016 l’uomo, di nazionalità marocchina ma da tempo perfettamente integrato nel paese, era stato arrestato, condannato in primo grado a 5 anni e in secondo a 4 anni e 4 mesi. Fino a quando la Suprema corte – accogliendo il ricorso dell’avvocato difensore Giuseppe Onorato – aveva annullato la sentenza di condanna con rinvio ad altra sezione della corte d’appello di Cagliari. Ieri il pm Michele Incani ha chiesto la conferma della condanna di secondo grado ma la corte lo ha assolto. Tra le altre cose la difesa si è soffermata sull’assenza di un movente: «Per quale assurda ragione il padre avrebbe dovuto permettere che quell’uomo abusasse di sua figlia? Non ha mai preso soldi, nessuna transazione economica è mai esistita, non c’è alcuna prova che dimostri l’esistenza di un movente».

Le motivazioni depositate un anno fa dalla Cassazione avevano ritenuto «affetta da vizio di manifesta illogicità la motivazione della corte d’appello di Cagliari» considerandola «frutto di smaccato pregiudizio di tipo razziale e culturale».

E il “pregiudizio” di cui parlavano i giudici di Roma si riferiva in particolare a un fatto. Il padre della piccola sosteneva di esser costretto a lasciare la bambina a casa di un’anziana signora che conosceva da tanto tempo perché doveva lavorare insieme alla moglie come ambulante. Versione alla quale i giudici di secondo grado non avevano evidentemente creduto. «Sorprende non poco – aveva scritto la Cassazione nelle sue motivazioni – la categorica esclusione della Corte di merito circa la possibilità che la mamma della minore e moglie dell’imputato lo potesse accompagnare nella sua attività lavorativa perché contraria alle regole musulmane che vogliono che la donna, per volontà dell’uomo, non lavori. Non va dimenticato che la famiglia marocchina viveva in Italia da tempo sicché poteva ben accadere che prevalesse l’esigenza lavorativa, frutto di una
integrazione nei costumi sociali occidentali, rispetto alle tradizioni musulmane». Da qui avevano concluso per uno “smaccato pregiudizio razziale e culturale”. Ora a mettere la parola fine su questa terribile vicenda è stata la prima sezione della corte d’appello di Cagliari.



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