Sassari, l'arcivescovo: «Subito un patto per la città, non si può temporeggiare»

L’appello alle istituzioni: «Indugiare ancora vuol dire omettere Sassari non è violenta né razzista, ma vive da tempo situazioni di malessere»

SASSARI. Bisogna fare qualcosa per la città e bisogna farla presto «perché temporeggiare vuol dire omettere». Monsignor Gian Franco Saba, arcivescovo metropolita di Sassari, lancia alle istituzioni l’appello «per un patto sociale» che aiuti Sassari e il suo territorio a uscire dalla crisi. Il presule aveva già fatto questa proposta a tutte le forze sociali l’anno scorso, la ribadisce riempiendola ulteriormente di contenuti in questa intervista che prende spunto dall’emergenza sicurezza nella città capoluogo. Sul tema del giorno, l’arcivescovo concorda sul fatto che ci sia più di un motivo di preoccupazione e spinge sull’acceleratore sulle cose da fare. «Bisogna agire e bisogna farlo subito _ dà la sveglia ai suoi interlocutori –. È meglio aggiustare i progetti in corso d’opera che tergiversare». La Chiesa turritana dà l’esempio avviando un progetto di «ripensamento degli edifici della diocesi – annuncia l’arcivescovo – con un progetto che chiamerei di architettura delle prossimità».

Anche l’altra notte risse, episodi di intolleranza, perfino una sparatoria. Monsignor Saba, Sassari è una città violenta?

«Non credo che Sassari sia, nella sua struttura, una città violenta. Vive però ormai da tanto tempo situazioni di violenza che meritano la giusta attenzione, senza minimizzarne la portata. E sono sicuramente la espressione di un malessere».

A quale forma di disagio si riferisce?

«A mio giudizio c’è, a volte, un malessere che tocca diverse situazioni sociali. Il primo è quello delle persone che talvolta non riescono a vivere dignitosamente. Ci sono spazi urbani, nelle periferie e anche nel centro storico, la cui cornice non è certamente segno visibile di un habitat consono alla vita dignitosa di una persona, di una famiglia. Poi credo che ci sia un vuoto educativo. Dico questo non in forma polemica verso le istituzioni educative. Parlo di un vuoto legato a una profonda trasformazione culturale. L’ho già detto, ma mi permetto di riaffermare che la memoria del passato deve essere una incentivazione per rinnovare il presente e costruire il futuro».

La visione del futuro è complicata dal drammatico problema della mancanza di lavoro. Questa emergenza sociale è sentita anche dalla Chiesa?

«Certo, il problema del lavoro è sempre presente. E poiché oggi il lavoro è legato alla competenza che nasce dalla tecnocrazia, bisogna chiedersi quale sia il migliore intervento per creare le opportunità di lavoro. Ritengo che la Chiesa possa fare qualcosa. Quando ho visitato Siligo, in occasione dell’anniversario di Maria Carta, ho detto che il mio desiderio è che ogni parrocchia diventi laboratorio di fede e laboratorio di cultura che promuova la persona umana».

Lo scrittore Gavino Ledda, intervistato sulla drammatica vicenda del bambino ferito dalla esplosione di un petardo durante una festa dello sport, ha affermato che i padri hanno smesso di esercitare il loro ruolo. Condivide questa affermazione?

«Io preferisco parlare di famiglia. Come affermano tante ricerche sociologiche, c’è una crisi che tocca anche le figure di riferimento. Tuttavia credo che il problema principale sia legato alla famiglia e ai ritmi di vita che oggi vivono i ragazzi e i bambini. Se in passato erano costretti anche a vivere l’esperienza della noia, perché mancavano le iniziative, forse adesso c’è l’eccesso dalla parte opposta».

Dopo alcuni episodi che hanno creato allarme sociale, il prefetto Marani ha detto Sassari non è una città razzista ma che bisogna comunque tenere alta la guardia. Qual è il suo punto di vista?

«Non credo che Sassari sia una città razzista. Girando le comunità e le parrocchie si vede il volto bello delle persone. Il prefetto, che ha indubbiamente elementi di conoscenza tecnica maggiori di quelli che posso avere io, è arrivato a una tale sintesi. Ritengo tuttavia che sia importante per la Chiesa lavorare nella formazione di figure competenti sul profilo della integrazione. Oggi tutti si pongono la domanda del perché di queste presenze ed è normale che questo accada. Penso che dovrebbe esserci un momento di approfondimento e una comunicazione di educazione sociale nella quale tutti ci dobbiamo impegnare di più per aiutare a leggere quelli che sono i processi in atto. Questa lettura non può essere né di condanna né di stigmatizzazione. La strada giusta è quella della interculturalità».

La Chiesa sassarese è da poco uscita da un momento di riflessione importante, anche interculturale. Il sottotitolo della sua lettera pastorale “Per ascoltare le presenze” era “Lasciatevi interpellare da chi abita nella porta accanto”. Cosa si sente di dire ancora ai sassaresi ?

«La mia lettera invita la comunità a vivere nel solco di una tradizione di amore sociale che ha dotato la città delle strutture più alte finalizzate alla crescita umana. Per me è un messaggio molto importante. In questo contesto si sviluppa il ripensamento degli edifici della diocesi».

Avete già iniziato i lavori?

«Sì, siamo partiti dal piano terra dell’arcivescovado che dventerà un polmone di dialogo con la città. La casa del vescovo è una porta aperta. Non perché possa risolvere tutti i problemi, ma il vescovo stesso o altri suoi collaboratori diventano figure di accoglienza e di ascolto.

Se dovesse dargli un nome, come definirebbe il progetto?

«Lo chiamerei “architettura delle prossimità”. Credo che noi abbiamo una responsabilità, sulla scia dell’insegnamento del Papa, di rimettere in circolazione i beni patrimoniali che in questo momento sono fermi».

Anche a scopo abitativo?

«Possibilmente sì, e a scopo educativo e di accoglienza. Questo la chiesa diocesana non può di certo farlo da sola. Penso a forme di housing sociale che si potrebbero studiare da figure competenti nel settore. Qui è fondamentale un patto per la città veramente condiviso»

Con chi bisogna stringere questo patto, monsignore?

«Intanto con l’università, con cui è molto forte e molto attivo. Poi con l’amministrazione
pubblica. E anche con la Regione, ovviamente. Ma bisogna fare presto, perché temporeggiare vuol dire omettere. Meglio aggiustare i progetti in corso d’opera piuttosto che temporeggiare di fronte a chi non ha casa, di fronte a chi ha bisogno di assistenza, di fronte a chi implora».

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