Il Lido Iride finisce al Tar È guerra tra Comune e Spf

Le società che hanno investito sull’ex stabilimento hanno presentato ricorso L’amministrazione Morghen aveva chiesto lo stop dell’attività in piena estate

SORSO. Dal decennale stato di abbandono alla speranza di rilancio del concorso di idee. Passando per la bocciatura del Tar e la delusione all’annullamento della gara. E ancora altri tentativi di rilancio, in un’altalena di gioie e dolori che nell’ultimo decennio non si è mai fermata.

Fino a pochi mesi fa, quando il rilancio del lido Iride sembrava finalmente a portata di mano. Anzi è proprio partito, con i primi lavori di sistemazione, i nuovi ombrelli e i chioschi e i primi clienti ai grandi eventi. E poi ancora giù, nel baratro: la guerra tra privato e Comune per le autorizzazioni, il blitz di Assl e Polizia e la serrata finale.

E ora arriva l’ennesima guerra in tribunale. Perché per l’ex stabilimento balneare di Platamona non c’è mai pace.

La Spf e la Sdp, le due ditte cui fa capo l’investimento per far rinascere il compendio turistico che sorge sul litorale di Sorso, si sono rivolte al Tar per impugnare i dinieghi alle autorizzazioni richieste e non ottenute dal Comune della Romangia.

I dettagli sono nel ricorso numero 732 del 25 settembre scorso. In sintesi, le due società chiedono l’annullamento previa sospensiva di diversi provvedimenti di diniego emessi a vario titolo dal responsabile dell’ufficio Urbanistica, dal Suape e dal responsabile del servizio Manutenzioni del Comune.

Tutti atti volti a rigettare le richieste provenienti dalle due società per realizzare le opere del nuovo lido.

Nei giorni scorsi l’esecutivo guidato dal sindaco Giuseppe Morghen con la delibera numero 172 del 9 ottobre 2018 ha dato il via libera all’incarico legale per resistere in giudizio, stanziando 13.763 euro per sostenere l’onorario dell’avvocato Federico Isetta di Sassari, che rappresenterà l’ente nell’ennesima battaglia giudiziaria sulle macerie dell’ex stabilimento balneare di Platamona.

Il problema è nato il 5 giugno scorso col deposito di un’autocertificazione per l’avvio dei lavori che nelle settimane successive è stata però bocciata dall’amministrazione comunale. Il motivo? Le autorizzazioni andavano acquisite in conferenza di servizi. Nel frattempo però il nuovo stabilimento balneare era già sorto. L’ufficio tecnico comunale aveva notificato il diniego in una relazione dove spiegava che le opere richieste contrastano con il Piano di utilizzo del litorale (Pul) e con il Piano urbanistico comunale (Puc) perché le opere proposte dagli imprenditori sono soggette ad autorizzazione paesaggistica e al rilascio del provvedimento unico, appunto in conferenza di servizi.

Soprattutto perché gli interventi interessano la fascia dei trecento metri dalla linea di battigia. Una serie di dati e considerazioni tecniche che avevano portato il dirigente del settore Gestione del territorio del Comune a ordinare la cessazione immediata delle operazioni di installazione delle strutture e il ripristino dello stato dei luoghi.

Ora saranno i giudici a dire chi
aveva ragione: il privato o l’amministrazione comunale. Una prima risposta arriverà mercoledì 24 ottobre, quando è prevista la camera di consiglio della seconda sezione del Tar Sardegna, che deciderà sulla sospensiva degli atti del Comune impugnati dalle due società sassaresi.



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