Sassari, scoperto l’antico convento dei frati “contrabbandieri”

Uno studioso trova i resti del Carmine vecchio, chiuso per decreto regio nel 1765. Sono nell’area dell’ex orto botanico al Meridda che si vuol trasformare in parco

SASSARI. E alla fine il convento dei contrabbandieri è riapparso. Nel cuore della città, in una zona già oggetto di una furiosa battaglia da parte di un gruppo di residenti e associazioni che l’hanno “salvato” dal cemento e lavorano per trasformarlo in un parco pubblico: l’area dell’ex orto botanico vicino al Meridda. E proprio il poderoso lavoro fatto per ricostruire la storia dell’ex orto botanico ha permesso di riportare alla luce la vicenda di lu Càimini vecciu, il primo convento dei carmelitani a Sassari, nato nel 1962 e dismesso nel 1765 per disposizione regia, come misura anticontrabbando alla quale a quanto pare anche i frati dell’epoca, schiacciati dalle decime e dalla nobilità parassitaria, si dedicavano.

Che c’entra il Carmine con il giardino pubblico da realizzare? Il nesso è il muro con nicchia di madonna visibile in via Repubblica Romana, che servì nel 1903 per addossarvi la serra dell’Orto Botanico. Serra e muro sono interni all’area destinata a parco pubblico. Il “muro”, già segnalato alla Soprintendenza, lungo circa quindici metri, alto quattro, con orientamento est-ovest (nel rispetto della regola che vuole l’abside rivolto a est), è dunque ciò che rimane della chiesetta seicentesca annessa al convento del Carmine extra muros.



La ricerca, portata avanti da Pietro Atzori, è partita dalle notizie carpite da “Sassari”, 1908, di Enrico Costa, dalle Memorie del francescano Antonio Sisco e da un acquerello di Cominotti del 1823, che rappresenta la città murata vista proprio dal Carmine vecchio. «Gianuario Schiaffino – racconta Atzori – comprò nel 1861 la porzione che va dal Carmine a Piazza d’Armi. Il nostro muro rappresenta il confine di questa campagna con l’ex Orto botanico. L’antica proprietà dei carmelitani, una volta che il convento venne dismesso, fu venduta e poi smembrata». Consultando i volumi degli atti notarili, di atto in atto, si è alla fine trovato il bandolo. I carmelitani vendettero il loro convento dismesso e l’intera proprietà a Guglielmo Taloni, orefice originario di Oneglia, nel 1769. Nel 1803 questi vendette all’avvocato Gavino Cambilargiu Crispo. La proprietà passò nel 1810 a monsieur Blanc, francese, ribattezzato dagli ortolani Mussiu Brà. Quest’ultimo, per debiti, si vide strappare due porzioni del vasto terreno. Una se l’aggiudicò Don Luigi Mannu.

Il terreno di Don Luigi passò alla figlia Donna Gerolama Mannu Ledà, che sposò il nobile Giovanni Dettori professore universitario e poi rettore dell’Università di Sassari, sotto il cui mandato sorse nel 1903 l’Orto Botanico di Rizzeddu, nel terreno ceduto in affitto, in barba al conflitto di interesse, dalla moglie. L’università, che tanto aveva investito in quell’Orto, si vide nel 1928 costretta a dismetterlo per una richiesta di aumento dell’affitto.

Ma torniamo a lu Càimini vecciu. La storia dice che il suo destino sfortunato ebbe a che fare con il proliferare dei conventi, con l’asilo dato ai malfattori, con le decime che affamavano il popolo, con la nobiltà parassitaria e, come scrive il Costa, “con i contrabbandi di tabacco che si facevano dappertutto, anche dai frati di San Sebastiano e del Carmine vecchio, di Mercedari, dai Serviti e dai Claustrali, che avevano i conventi extra muros”. La rovina avvenne nel tempo, per incuria dei proprietari. Pian piano le strutture decaddero e il materiale fu usato per alzare nuovi muri di confine di orti e frutteti. «Unico muro a salvarsi è il nostro muro con nicchia di madonna, situato proprio dove ci indica il frate Sisco, per il motivo che servì da confine. Dopo due secoli di oblio ecco uno dei muri della chiesa del Carmine vecchio. Il modo migliore per tutelare questa traccia di memoria è quello di salvaguardarla, insieme alla serra Buscalioni, nel Giardino pubblico previsto dal piano urbanistico».


 

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