Folla a Cossoine per i funerali di Silvio Sotgiu

Commosso saluto all’operaio morto a Reggio Emilia. Il corteo aperto da due cavalieri

COSSOINE. Il dolore ha gli occhi degli adorati nipoti di Silvio Sotgiu, smarriti e persi sotto un peso troppo grande per le loro gracili spalle. Quei nipoti che hanno voluto dedicare a uno zio che era davvero speciale, una corona di rose bianche e blu a forma di cuore. Ma il dolore immenso è anche quello del padre Salvatore, della compagna di Silvio, Irene, dei fratelli Piero, Luigi, Giovanni, Giacomina e delle loro famiglie, travolte da una morte troppo ingiusta per essere accettabile. E il dolore è anche quello delle centinaia di persone che hanno voluto portare il loro ultimo saluto a quel giovane allegro, vitale, amico di tutti, morto troppo presto in un giorno di ottobre che doveva essere solo di lavoro e di vita.



«Un dolore che non può essere espresso con le parole – ha detto l’arcivescovo di Sassari monsignor Gianfranco Saba che, assistito dal parroco don Peppino Lintas e da numerosi altri sacerdoti che con Cossoine hanno un forte legame affettivo, ha celebrato il rito funebre – che ci travolge e ci rende impotenti, ma che può trovare nel Dio che prende su di sé la fragilità umana, le risposte che noi cerchiamo».

E don Peppino, che ha ricordato come «per una settimana abbiamo vagato con un unico interrogativo: perché? Perché quel giovane solare, bello, pieno di vita?». E ha ricordato, don Peppino, il bel pensiero degli amici dell’Ardia di San Sebastiano, che a Silvio, nei necrologi di ieri, hanno augurato “Como galoppa, galoppa e galoppa in s’eternu firmamentu”. «Sì – ha aggiunto il parroco – galoppa Silvio nelle praterie di Dio».

E c’erano, i cavalli, al funerale di Silvio, simbolo di quelle galoppate. Non quanti si era inizialmente ipotizzato, con l’omaggio a cavallo reso dai suoi amici di Cossoine e dei paesi vicini, ma sufficienti per ricordare l’immenso amore che Silvio Sotgiu nutriva per quei nobili animali.

Erano due i cavalli ad aprire il corteo funebre, uno, D’Artagnan, lo splendido morello di Silvio montato da quel nipote tanto caro, Alberto, con cui il giovane morto a Reggio Emilia aveva corso la sua ultima Ardia a Giave, nel luglio scorso. L’altro, un imponente sauro di nome Gherarda, montato da Andrea Carboni, amico di Alberto. E davanti alla chiesa di San Sebastiano, i due giovani cavalieri hanno sostato ed hanno preso posizione quasi ad aspettare la benedizione. Quel gesto che Silvio ha compiuto decine e decine di volte, che gli è valso la protezione nelle innumerevoli ardie corse, ma che non è stato sufficiente a proteggerlo nell’ardia più importante, quella della vita.

Il corteo funebre, partito dalla chiesa parrocchiale di Santa Chiara, si è snodato lunghissimo e commosso fino al cimitero, dove tutti hanno voluto portare il segno della propria partecipazione ai familiari di Silvio.

Sul fronte delle indagini, intanto, continuano gli accertamenti per capire cosa effettivamente sia successo quella mattina del 9 ottobre, a Sesso, prima periferia di Reggio Emilia. Di certo c’è che Silvio Sotgiu, insieme ad altri due colleghi, stava eseguendo dei lavori su un silos dell’ex inceneritore nell’impianto Iren di via dei Gonzaga quando è caduto da unl’tezza di una decina di metri. Ora la magistratura dovrà accertare le reali cause della sua morte e le eventuali responsabilità.
 

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