Il padre di Stefano Masala: "Non è finita, non ho pace"

Duplice omicidio di Orune e Nule, le reazioni alla sentenza di condanna all'ergastolo di Alberto Cubeddu

NUORO. Prima gli abbracci con gli avvocati e gli amici e il pianto liberatorio, poi il pensiero che corre ad un’altra famiglia. Quella che, a Macomer, piange l’uccisione di un ragazzo di soli 18 anni. «Vorrei dire ai familiari di Manuel Careddu che, purtroppo, so cosa stanno provando. Vorrei abbracciarli. Spero che presto i suoi genitori abbiano la certezza che si tratti del loro ragazzo per poter portare un fiore sulla sua tomba. È un grande conforto che noi non abbiamo». Ancora una volta è Marco Masala, che chiede invano di sapere che fine abbia fatto il corpo di suo figlio, a parlare. E spera ancora che chi sa, finalmente parli.

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«Non finisce con il processo. Voglio riportare mio figlio a casa e finché non ci riuscirò non mi darò pace: è una promessa che ho fatto a mia moglie Carmela in punto di morte» dice Marco. Parla anche lo zio Francesco Dore, confidente di Stefano, un ragazzo fragile e con una fiducia illimitata nel prossimo. Anche in chi gli ha fatto del male. «La nostra famiglia – commenta al termine di un processo che ha assorbito tutte le sue energie – ha sempre confidato nella giustizia. E oggi, dopo tre processi e tre condanne che sanciscono le responsabilità di Alberto Cubeddu e di Paolo Enrico Pinna possiamo dire di aver avuto ragione».

La famiglia di Gianluca, invece si chiude nel silenzio. È appena un soffio quello che esce dalle labbra di Salvatore Monni, padre dello studente orunese di 19 anni ucciso con tre colpi di fucile calibro 12 la mattina dell’8 maggio 2015 mentre attendeva l’autobus che lo avrebbe portato a scuola. «Pitticcheddu meu ’e su coru» dice. Poi più nulla. Stravolto dal dolore è anche Sebastiano Cubeddu, padre di Alberto. Lui che con il ragazzo ha lavorato fianco a fianco nell’azienda di famiglia sino al suo arresto ha sempre creduto nell’innocenza del figlio. E ieri pomeriggio, alle 17. 20, ha sentito il presidente della Corte d’Assise pronunciare la condanna al carcere a vita. «Abbiamo seguito ogni udienza – dice il padre del ragazzo – senza mai dire una parola, con il massimo rispetto per tutti. Ma ora voglio parlare: mio figlio non ha ammazzato nessuno e noi gli staremo accanto. Alberto è innocente». Le sue tre figlie, invece, non riescono a trattenere la disperazione. Gabriella, l’unica chiamata a testimoniare in aula dalla difesa ha anche fornito un alibi ad Alberto. E non si rassegna. Urla tutto il suo dolore mentre l’avvocato Doneddu cerca di consolarla e di calmarla. «Non avete sentito cosa abbiamo detto in aula? Non avete sentito le intercettazioni? Perché lo avete condannato?» ripete tra le lacrime la ragazza. Le scene di disperazione proseguono anche fuori dal palazzo di giustizia. I familiari del giovane, che subito dopo la lettura della sentenza è stato preso in consegna dagli agenti della polizia penitenziaria per essere riaccompagnato nel carcere di Bancali dove ha trascorso gli ultimi due anni della sua vita, si allontanano a piedi dal Tribunale. Ed è a quel punto che nel piazzale risuona l’accusa «È stato Paolo. È stato lui: lo sapete». Queste ultime, drammatiche parole sanciscono in maniera definitiva la rottura tra due famiglie strettamente imparentate tra loro. Paolo Enrico Pinna, che all’epoca dei fatti non aveva compiuto i 18 anni ed è considerato l’ispiratore del disegno criminale, è stato condannato a 20 anni di carcere e attende il pronunciamento della Cassazione. Alberto Cubeddu dovrà invece scontare l’ergastolo. E ora si affida all’appello. (g.f.)
 

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