Omicidi Monni e Masala: Cubeddu è colpevole 

I delitti di Nule e Orune: ergastolo per il ventiduenne di Ozieri 

NUORO. La tensione accumulata nei pochi ma interminabili minuti che precedono l’ingresso dei giudici della Corte d’assise di Nuoro irrompe, inarrestabile come un fiume in piena, alla lettura della sentenza che condanna Alberto Cubeddu al carcere a vita per gli omicidi di Gianluca Monni e Stefano Masala. Il presidente Giorgio Cannas, in un silenzio surreale, legge con voce ferma il verdetto che stabilisce la colpevolezza del giovane di Ozieri. In piedi, Alberto, attorniato dai suoi difensori, incredulo scuote la testa. «No, no» mormora con un filo di voce il ragazzo, lo sguardo perso nel vuoto. Trascorrono appena pochi secondi dalla lettura del dispositivo, che dispone non solo l’ergastolo con isolamento diurno di 8 mesi per il 22enne ma anche la condanna a due anni di reclusione per l’altro imputato, lo zio Francesco Pinna, ed è la voce del padre di Stefano a tuonare nel marasma scatenato dal verdetto.

L’uomo, trattenuto a stento dal suo avvocato, si rivolge al ragazzo ritenuto responsabile, assieme al cugino Paolo Enrico Pinna (già condannato) del duplice efferato delitto avvenuto il 7 e l’8 maggio del 2015. «Alberto Cubeddu – urla in sardo– como torrande a Stefano». Sono minuti drammatici in cui le urla e il pianto disperate delle sorelle di Cubeddu riecheggiano dal fondo dell’aula dove la famiglia Cubeddu ha atteso in silenzio la sentenza. «Non è possibile, è un incubo» ripetono in una litania le ragazze che non hanno mai smesso di credere nell’innocenza del fratello. Sono attimi di tensione da una parte e dall’altra, una voce si alza, inaspettata, e urla «assassini». I carabinieri presenti in forze arrivano a frapporsi tra i due gruppi. Cercano di riportare la calma e a stento ci riescono. I militari rimangono nell’aula al primo piano del palazzo di giustizia del capoluogo barbaricino assieme alla famiglia Cubeddu sino a quando l’aula si svuota. Sono gli strascichi di un giorno lunghissimo, quello del giudizio.

Il primo ad arrivare da Cagliari, poco dopo le 16.15 è il difensore dell’imputato, Patrizio Rovelli accompagnato dallo staff. Con lui c’è anche Mattia Doneddu l’avvocata che per prima si è fatta carico della difesa di Cubeddu. E poi il padre, la madre e le sorelle del 22enne. Alla spicciolata, in un’aula che diventa ogni minuto più piccola, giungono, i familiari delle vittime. Alle 16, 30 la famiglia Masala, il padre, il fratello e le due sorelle. Marco, che non ha perso un’udienza delle 43 celebrate a Nuoro, porta il medaglione con la fotografia di Stefano, scomparso a 29 anni la sera del 7 maggio 2015, e della moglie Carmela, deceduta un anno dopo la sparizione del figlio. Ci son anche i familiari di Gianluca. Un quarto d’ora prima della lettura- attesa per le 17- ecco l’imputato. L’ultimo ad entrare in aula è il pubblico ministero Andrea Vacca che nella requisitoria aveva chiesto il carcere a vita per Cubeddu e la condanna a due anni e 8 mesi per lo zio che, accusato di aver minacciato un testimone, Alessandro Taras, per indurlo a rilasciare dichiarazioni false, non si è presentato al banco degli imputati. A rappresentarlo, l’avvocato Agostinangelo Marras. L’attesa è breve e si consuma nel silenzio assoluto ma sono i piccoli movimenti a tradire il nervosismo. Volti tirati e mani che si intrecciano per tutto il tempo come quelle di Rita Gadddeo, la madre di Gianluca, che con una mano stringe quella dell’avvocato di parte civile Margherita Baragliu e con l’altro tiene il telefonino con la fotografia del figlio. A parlare ieri pomeriggio è stata la legge, quella che condanna Cubeddu al carcere a vita ma anche al risarcimento dei danni in favore delle parti civili. Cinquantamila euro di provvisionale per i familiari più stretti delle due vittime
(Marco, Giuseppe, Alessandra e Valentina Masala assieme a Salvatore, Rita e Pasquale Monni) e ventimila per lo zio di Stefano Francesco Dore e la fidanzata di Gianluca, Eleonora Pala. A spiegare nei dettagli la condanna le motivazioni, che verranno depositate al massimo entro 90 giorni.

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