Pozzomaggiore, sequestro di persona e falso: processo al via per due carabinieri

Avrebbero fatto un arresto arbitrario. Un collega li aveva sbugiardati in una relazione di servizio 

SASSARI. Si è aperto ieri mattina davanti al collegio presieduto da Salvatore Marinaro (a latere Giuseppe Grotteria e Valentina Nuvoli) il processo a carico del maresciallo Luca Porceddu e dell’appuntato Fabio Antioco Casula, della compagnia di Bonorva. I due militari erano finiti sotto inchiesta insieme ad altri cinque colleghi che lo scorso maggio sono stati assolti dal gup perché il fatto che veniva loro contestato – ossia “l’accordo per commettere un reato” – non è previsto dalla legge come reato. Mentre in quella stessa occasione il giudice Michele Contini aveva rinviato a giudizio Porceddu e Casula che dovevano rispondere di reati più gravi: sequestro di persona e falsità ideologica. A Casula il pm aveva contestato anche le lesioni aggravate.

L’inchiesta coordinata dal sostituto procuratore Giovanni Porcheddu era scattata in seguito a un episodio che si era verificato a ottobre del 2014 fuori da un bar di Pozzomaggiore. Un uomo (Michele Chessa, 45 anni) sarebbe stato prima fermato da una pattuglia, poi strattonato, ammanettato e colpito con un pugno da un carabiniere. Il tutto davanti a testimoni che erano addirittura intervenuti in gruppo per difendere Chessa. Tra le persone che avevano assistito alla scena c’era anche il maresciallo Giuseppe Saiu, compaesano della vittima, che quella sera non era al lavoro. E fu proprio lui a scrivere in una dettagliata relazione di servizio come erano andate le cose, smentendo il rapporto redatto dai due militari – il maresciallo Luca Porceddu e l’appuntato Fabio Antioco Casula – che raccontavano di aver arrestato Chessa per resistenza a pubblico ufficiale. «Volevamo portarlo in caserma per identificarlo ma lui rifiutava di seguirci – era stata in sintesi la tesi dei militari, difesi dall’avvocato Agostinangelo Marras – L’appuntato ha colpito senza volerlo il soggetto, che si divincolava, causandogli inavvertitamente un taglio con l’anello che portava all’anulare».

Diversa era stata invece la ricostruzione dei fatti del maresciallo Saiu secondo cui quella sera non ci fu alcuna colluttazione e i suoi due colleghi tentarono casomai di fare un arresto arbitrario. Porceddu e Casula finirono sotto inchiesta per “accordo per commettere un reato”, sequestro di persona (ai danni di Chessa) e falsità ideologica. Solo di “istigazione e accordo” dovevano invece rispondere gli altri cinque colleghi già prosciolti, tutti all’epoca in servizio nella compagnia di Bonorva e nella stazione di Mores.

Ieri
mattina Chessa si è costituito parte civile, il pubblico ministero chiamerà a testimoniare alcuni colleghi degli imputati e anche l’allora comandante provinciale Giovanni Adamo. Porcheddu ha anche chiesto la trascrizione di alcune intercettazioni. Prossima udienza il 20 marzo.

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