Don Ambrogino, la storia del filantropo dimenticato

Sorso, a sessant’anni dalla morte il ricordo delle imprese del nobile Cicu d’Escanu. Un uomo che dedicò tutto se stesso al suo paese, alla religione e al cinema

Ci sono personaggi che dopo aver segnato i destini di una comunità vengono archiviati e dimenticati, come se non fossero mai esistiti. Sepolti nell’anonimato invece che innalzati a patrimonio di tutti. Come è capitato a don Ambrogino Cicu d’Escanu, nobile di sangue e d’animo. A sessant’anni dalla sua morte, oggi la storia di don Ambrogino riemerge in tutta la sua grandezza. È la storia di un uomo che nel capoluogo della Romangia investì in cultura quando in molti non ci credevano. Lo fece prima aprendo la sua casa ai giovani e poi fondando il mitico Goldoni, un cineteatro costruito con tanti sacrifici e oggi abbandonato al suo destino di rudere con troppa facilità per rendersi conto come e quando un piccolo paese ha gettato le basi per diventare una comunità.



Le origini. La prima cosa da chiarire sulla storia di don Ambrogino è che non è mai stato un prete. Lui avrebbe tanto voluto, ma per non dare un dispiacere al padre rinunciò a prendere i voti. Addosso gli restò un “don” ereditato dai Cicu d’Escanu, nobili oriundi della Spagna. In tempo molto lontano uno di loro era arrivato in Sardegna in maniera rocambolesca, salvato miracolosamente durante un naufragio niente meno che da San Pasquale Baylon. Arrivati a Sorso sono ben presto entrate a far parte delle famiglie più illustri. E come tali erano proprietari di grandi patrimoni. In Romangia arrivarono nel ‘700. Il padre di Ambrogino, Antonio, arrivò a Sorso dal Piemonte, dove faceva il procuratore generale della prima corte di Cassazione, e si sposò con Maria Sini, appartenente a una delle famiglie più in vista di Ploaghe.

La vocazione. Don Ambrogino nasce a Roma. E a un certo punto della vita decide di prendere i voti. Entra quindi in seminario e frequenta il collegio Capranica, tra i più rinomati della capitale, e si laurea alla Pontificia università gregoriana. Poi cambia idea, decide di non prendere gli ordini sacerdotali per non dare un dispiacere al padre, che lo vorrebbe inserito in ben altre carriere. Ma al “don” di Sorso resta una grande vocazione: aiutare gli altri. Una missione di vita che gli costerà un aspro scontro con la Chiesa cattolica. A Sorso infatti si porta dietro il bagaglio culturale del nuovo cristianesimo, un approccio più aperto che lo mette in cattiva luce con le gerarchie ecclesiastiche del tempo.



Spazio aperto. La casa sorsense di don Ambrogino, oggi via Farina, diventa subito il cuore pulsante della cultura sorsense. Tutto nasce col cattolicissimo Circolo Alessandro Manzoni. Siamo nel 1914 e si va formando il primo embrione di quella che diventerà il futuro Cineteatro Goldoni. La casa di don Ambrogino è uno spettacolo: le stanze sono nominate e dipinte in base ai colori, salotti e tendaggi fanno da cornice a ogni ben di dio. Al centro di questo spazio aperto ci sono i giovani, la cultura e quello che oggi verrebbe definito un coworking e meeting space: la casa del nobile diventa il primo punto di aggregazione della cittadina della Romangia. Le letture e la musica si alternano con le rappresentazioni sul palco della Filodrammatica Goldoni, che portava in scena i grandi classici. Il nobile fa addirittura allestire una cappella privata dove i sacerdoti di Sorso vanno a dire messa. Cineteatro Goldoni. Nel frattempo il mondo viene sconvolto da due guerre mondiali. Don Ambrogino partecipa a entrambe. Ritornato a Sorso dopo la seconda, decide che al salotto buono della sua casa serve più spazio e nuova linfa. Adocchia la palazzina a fianco, è di un nobile come lui che si chiama don Peppino Solinas. Il filantropo propone quindi una permuta: lo stabile in cambio di un oliveto, quello dove si allenava la Circolina, il primo gruppo polisportivo di Sorso. L’affare si chiude nel 1946, ma a don Ambrogino non basta. Decide di sacrificare il cortile di casa per costruire una sala di proiezione: il Goldoni ora è molto più di un embrione. Il cineteatro partirà negli anni ’50, dato in gestione a privati, e don Ambrogino conserverà sempre un posto per così dire in prima fila. Sì, perché a causa degli spazi ristretti, durante i lavori per costruire il cinema la finestra della sua camera da letto finisce incastonata nella sala: per gustarsi lo spettacolo al nobile bastava aprire le persiane.

L’addio. L’ecosistema culturale creato da don Ambrogino si sgretola con la sua morte, che arriva all’improvviso nel 1958. Il nobile dall’animo buono lascia due eredità, quella terrena e l’altra spirituale. La prima, purtroppo, viene ben presto dilapidata. Il cineteatro lo vende poco prima di morire ad Antonio Guarino, mentre della sua casa si racconta che sia stata praticamente saccheggiata. Dopo la morte del nobile, di tutti i gruppi e del circolo culturale che aveva fondato restano soltanto gli esploratori di San Maurizio, i precursori di quelli che saranno gli scout. L’eredità spirituale, invece, vivrà per qualche decennio. La scuola di don Ambrogino ha infatti formato una generazione di personaggi, anche illustri, che a loro volta si sono impegnati nel microcosmo culturale della città. Una filosofia di vita su cui ha poggiato un pezzo di storia dei sorsensi e che, a sessant’anni dalla scomparsa del filantropo, sembra svanita nel tempo.
 

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