Viaggio tra gli studenti pendolari, ora non si rischia più

Sul pullman a un anno dal tragico incidente alla fermata di Ittiri. Nella calca finì sotto le ruote del mezzo e morì un ragazzo di 14 anni

INVIATO A ITTIRI. Il sole non è ancora sorto nel piazzale di via Missingiagu, la distesa d’asfalto antistante il cimitero di Ittiri, da cui ogni mattina, a bordo dei pullman dell’Arst, gli studenti del paese partono per raggiungere gli istituti scolastici di Sassari e Alghero. Un ragazzino – non avrà più di 16 anni – attraversa il parcheggio deserto quando l’orologio segna le 7 in punto e tutto intorno non si vede anima viva.

Scarpe da tennis, jeans e felpa bianca con il cappuccio calato sul capo, raggiunge a passo svelto il poster con il viso sorridente di Antonio Meloni, che – come un raggio di sole – fa capolino a pochi passi dal punto in cui un anno fa si consumò la tragedia che sconvolse il paese.



Il pullman su cui il quattordicenne, figlio unico, doveva salire per recarsi a scuola non riuscì a evitarlo, mentre correva insieme ai compagni accanto al mezzo pubblico, per assicurarsi un posto a bordo. Un’usanza assurda diffusa in tanti centri dell’isola, che autisti dell’Arst e sindacalisti avevano segnalato più volte. Sabato sarà passato un anno esatto da quella mattina, ma il sorriso di Antonio è ancora qui, non è mai andato via. E la prova è in quel buffetto affettuoso con cui il ragazzino con la felpa bianca sfiora il poster che gli amici del giovane studente del primo anno del liceo scientifico prepararono per dirgli addio nella chiesa di San Pietro in Vincoli, dove sabato alle 18 Antonio verrà ricordato con una messa.

Dopo quel rito – forse quotidiano – il giovane accende una sigaretta, mentre il piazzale comincia a riempirsi di coetanei che a gruppetti si avvicinano alla fermata. Hanno jeans strappati e cuffiette nelle orecchie, parlano poco e muovono freneticamente le dita sugli schermi degli smartphone, mentre aspettano di salire sui pullman per la città.



È una mattina di metà novembre, il clima è ancora mite e il viaggio verso Sassari – trenta minuti esatti – a qualcuno serve per un veloce ripasso prima di entrare in classe, ad altri per organizzare – via whatsapp – la mattinata in giro per la città fino all’ora del rientro a casa per pranzo. «Rispetto a un anno fa – racconta uno studente di 17 anni che attende l’arrivo del mezzo pubblico – le cose sono cambiate, almeno qui in paese. Perché al rientro da Sassari – aggiunge – capita ancora spesso che si debba sgomitare per salire a bordo. È assurdo ma è così». Dopo la tragedia di un anno fa tutti i giorni l’Arst mette a disposizione degli studenti ittiresi diretti a Sassari cinque pullman, di cui due snodati. E a quei cinque si aggiunge un sesto che parte da Romana, in modo che nessuno resti in piedi. Proprio sabato per un’incredibile coincidenza l’Arst inaugurerà le corse di 65 nuovi mezzi appena acquistati dall’azienda di trasporti di proprietà della Regione. «Dopo dieci anni di abbandono della proprietà – spiega il segretario generale della Filt Cgil Sardegna Arnaldo Boeddu – speriamo sia solo l’inizio di un cambio di passo». Alle 7.25 tre pullman con a bordo gli studenti lasciano il piazzale di via Missingiagu. «Dopo la tragedia di un anno fa – racconta uno degli autisti – c’è stato ancora qualche episodio sporadico di spinte davanti ai mezzi in movimento, ma in linea generale l’incidente ha cambiato almeno qui a Ittiri quella che era da anni una pessima abitudine».

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Il viaggio in pullman fila liscio senza problemi, mentre il sole inizia a fare capolino sulle campagne intorno alla città. «Di quella mattina di un anno fa – racconta uno studente delle Industriali seduto in fondo al pullman – ricordo il silenzio surreale in paese dopo la tragedia, non potrò mai dimenticarlo».

Alle 7.50 i mezzi dell’Arst entrano a Sassari da via Budapest e meno di cinque minuti dopo aprono le portiere in via Turati. Alle 8 il piazzale della Chiesa di San Vincenzo è una “Babele” di adolescenti catapultati qui da tutti i centri della provincia. Ed è proprio qui – mentre gli agenti della polizia locale fanno acrobazie perché nessuno finisca sotto le auto che arrivano da via De Nicola – che inizia la giornata di centinaia di pendolari.

A mezz’ora dall’ingresso a scuola sulle panchine che guardano verso la chiesa qualcuno si bacia teneramente, altri accendono la prima canna della giornata. Mezz’ora dopo la piazza è deserta, la Babele si è sparpagliata per la città. Alle 11 nella parte bassa dei giardini di via Tavolara le urla di un gruppetto di giovanissimi che gioca a morra richiamano l’attenzione dei passanti in corso Margherita di Savoia. È qui, sotto la penombra di queste querce, che è facile trovare hashish e marijuana anche a metà mattina. Gli zaini gettati per terra sulle foglie secche, intorno alle panchine che guardano verso il liceo Azuni una cinquantina di adolescenti fuma la seconda o la terza canna della mattinata, mentre qualche anziano li osserva in lontananza. Via Padre Zirano dista pochi minuti a piedi da qui. In attesa dell’apertura della nuova stazione dei pullman, chi deve rientrare nel proprio paese è costretto a dividere l’attesa con un gruppo di eroinomani che presidia tutto il giorno i giardinetti di via Giovanni Cicu. Tra le 13 e la 14 decine di mezzi dell’Arst raccolgono – dai muretti su cui sono appollaiati con gli smartphone in mano – gli studenti che fanno rientro a casa per pranzo, molti sono universitari che passano il weekend in famiglia. Alle 13.25, mentre davanti allo stallo 12 si avvicina il pullman per Ittiri (che farà anche sosta a Uri) parte qualche spintone per guadagnare posizioni davanti alle porte del mezzo pubblico. L’autista solleva la voce, mostra la sua autorità e i ragazzini si ricompongono. A bordo qualcuno rimane in piedi, ma è solo per un quarto d’ora, perché alle 13.45 a Uri molti scendono e raggiungono le proprie case. «Un anno fa – racconta una studentessa di Ittiri del terzo anno dello scientifico – per giorni dopo l’incidente tutte le sere ci trovavamo alla fermata in cui morì Antonio per cercare di consolarci tra di noi. Sono stata male per parecchio tempo – aggiunge – e ancora ci penso. È difficile accettare una cosa del genere alla nostra età».

Tre minuti dopo le 14 il pullman è a Ittiri nel piazzale di via Missingiagu. Qualcuno scende, altri lo faranno alle fermate successive. Il sorriso di Antonio è ancora qui – come un monito – con quegli occhioni sorridenti che ricordano a tutti che la vita è una sola. E ora quel buffetto delle 7 del mattino del ragazzino con la felpa bianca appare come una promessa: «Antonio, ameremo la vita anche per te».


 

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